Santissima Trinità (B)


ANNO B - 7 giugno 2009
Santissima Trinità

Dt 4,32-34.39-40
Rm 8,14-17
Mt 28,16-20

LA RICHHEZZA DELLA
COMUNIONE TRINITARIA

«Ci fu mai cosa grande come questa?». La storia che Mosè ha lungamente narrato nei primi capitoli di Deuteronomio è fonte di vero stupore perché Dio si è manifestato in modo sublime e imprevedibile. Israele ha potuto udire la voce di YHWH sul Sinai. Il popolo ha sperimentato la mano potente e il braccio teso con cui il Salvatore ha sgominato il potere di Faraone. Ha fatto esperienza della salvezza e ha conosciuto la gloria di Dio. Non sono più possibili equivoci. Solo YHWH è il Signore. Lui è l'unico Dio. Non è stato il popolo a scegliere la propria divinità. È il cielo che si è piegato verso la terra toccando un popolo particolare, difendendolo dall'oppressore e conducendolo in una terra di libertà perché potesse riconoscere e adorare Colui che lo ha eletto come, partner dell'alleanza.
È il modo in cui Dio ha scelto di appartenere a un popolo solo che non può non meravigliare Israele. Il Dio biblico è sempre il Dio di qualcuno. Ama declinarsi. Ama il genitivo, potremmo dire. Non è solitudine ma comunione che si effonde e viene partecipata. Per quanto il testo di Dt non permetta di intravvedere il mistero trinitario tuttavia ciò che il popolo eletto ha sperimentato lungo la sua storia è ciò che scorgiamo guardando l'insieme delle divine persone.
Possiamo cioè intendere il mistero trinitario che in questa solennità specialmente si offre alla nostra contemplazione proprio come un mistero di appartenenza. Dio è il Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Egli è l'unigenito del Padre. L'unico Spirito del Padre e del figlio è il legame d'amore che sigilla la comunione trinitaria. Ancora una volta siamo all'interno di una logica di appartenenza. Da sempre, dall'eternità, il Figlio è tutto del Padre nell'unico Spirito in una misura tale da non infrangere l'unità divina. Le tre persone realizzano una comunione così mirabile da sfuggire alla comprensione umana. La distinzione non indebolisce l'unità del Mistero né la sua unità appiattisce e sopprime la distinzione. Davanti alla rivelazione dell'unitrinità divina non possiamo che ripetere le domande cariche di meraviglia che Mosè rivolge a Israele: «Si udì mai cosa simile a questa?».

La comunione trinitaria si è effusa sul mondo svelandosi progressivamente. Il cuore del nostro annuncio è questa comunione. Il vangelo ci aiuta a percepirlo con estrema chiarezza. Il congedo di Cristo e l'invio degli Undici è, in realtà, assicurazione di una eterna presenza. Gesù è con noi sino alla fine dei tempi. Ci appartiene. Nulla ci potrà separare da Lui. Il mistero pasquale è stato mistero nuziale. Dal grembo fecondo di questa unione nasce la Chiesa. Ma la comunione con Cristo non esaurisce il nostro annuncio o la ricchezza che portiamo al mondo. Gesù non ha inviato gli Undici a battezzare semplicemente nel suo nome, ma nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Noi siamo entrati in contatto con una comunione che tutto il peccato del mondo non ha potuto distruggere. Gesù ha rivelato la forza incancellabile del suo legame con il Padre nello Spirito e come questo legame sia capace di assorbire il male e di convertire gli orrori della storia umana in redenzione e perdono. La comunione trinitaria è il vero tesoro della Chiesa, l'infinito lago di misericordia in cui essa è chiamata eternamente a specchiarsi.
Qualora il mondo e l'umanità fossero davvero immagine della comunione trinitaria allora la missione impartita agli Undici sarebbe completa. "Battezzare" vuoi dire "immergere", se interpretiamo il termine greco in modo stringente. Come il Cristo è stato immerso nel male e nella morte così anche noi siamo stati immersi attraverso l'acqua battesimale nell'amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. La tensione di tutta la storia deve essere questa. Quando percepiamo l'intimo legame tra il Figlio e il Padre, origine della vita, e tra il Figlio e lo Spirito, riusciamo facilmente a comprendere il dubbio degli Undici sul monte. Non poteva essere un dubbio che avvolgesse la sola persona di Gesù e la sua nuova vita. Egli era lì, davanti a loro. Il suo sepolcro era vuoto. La morte era stata inconfondibilmente vinta.

Ma che cosa sarebbe stato del Vangelo spinto sino agli estremi confini della terra? Che cosa sarebbe accaduto nell'incontro tra la libertà divina e l'umana libertà? Avrebbe quest'ultima accolto la comunione trinitaria come senso della vita? Il problema non è intuire la grandezza della Trinità ma collocare la sua presenza nell'orizzonte della storia. Qui il dubbio afferra ciascuno di noi. All'uomo può essere annunciato un mistero così ineffabile? Può essere coniugato con l'esistenza quotidiana? Se, in realtà, leggiamo la storia del secolo passato con una lente trinitaria possiamo interpretare sia la follia del nazifascismo, sia la follia del comunismo come distorsioni del mistero che oggi celebriamo. Sono sbilanciamenti sull' "uno" che pretende di esaurire la realtà e assumere su di sé ogni potere o sui "tutti" falsamente livellati perché siano socialmente uguali. La nostra vita ha sete della ricchezza della comunione trinitaria dove l'uno appartiene all'altro senza smarrirsi nell'altro ma neppure affermando se stesso fino a essere contro l'altro.



VITA PASTORALE N. 5/2009 (commento di Claudio Arletti,
presbitero della arcidiocesi di Modena-Nonantola)


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