XVI Domenica del Tempo ordinario


ANNO B - 19 luglio 2009
XVI Domenica del Tempo ordinario

Ger 23,1-6
Ef 2,13-18
Mc 6,30-34

CRISTO È IL NOSTRO
COMPAGNO DI VIAGGIO

Il testo di Geremia condensa in pochi versetti una delle principali cause della profonda crisi spirituale in cui precipitò Israele: la guida scellerata di falsi pastori privi di interesse alcuno nei confronti del "gregge". La metafora del pastore è una delle preferite dalla Bibbia ogni qualvolta si alluda a un incarico di responsabilità. Il pastore, infatti, è l'uno solo responsabile di molti esclusivamente affidatigli. Incarna l'unità del gregge. Da lui dipende il nutrimento delle pecore e la loro incolumità. Nessun altro potrebbe avere colpe o meriti riguardo allo stato di un gregge se non colui che lo conduce. Per questo il re, per eccellenza, è riassunto dalla figura del pastore. Non per nulla, i più celebri "chiamati" nella Scrittura spesso provengono da tale ambiente nomadico o semi-nomadico. Chi ebbe la responsabilità di reggere Israele apprese che cosa significhi rappresentare una moltitudine proprio grazie alla pratica della pastorizia.

Pensiamo a Davide, esplicitamente citato da Geremia nel testo propostoci (23,5), come modello e radice di ogni saggia conduzione del popolo. Lo stesso carisma, amplificato all'ennesima potenza, risplende nel Cristo, compimento di tutte le attese del gregge di YHWH. Il passo evangelico pone in chiaro contrasto la situazione che separa i Dodici dalle folle. I primi si radunano attorno a Gesù il quale li accoglie ascoltando il racconto della prima missione (v. 30). Il seguito della scena ha toni domestici e intimamente familiari: il Pastore conduce le proprie pecore in disparte, perché possano riposarsi, ritrovare la compagnia del Maestro e anche nutrirsi. Non stupisce l'annotazione di Marco quando segnala che neppure avevano tempo di mangiare tanta era la gente che accorreva a Gesù e ai suoi discepoli. Qui la cura esercitata dal Cristo verso i propri inizia a distinguersi con evidenza da una situazione di generale sbandamento e abbandono in cui versava la gente comune. È quanto il testo affermerà molto più esplicitamente poco dopo.
Il v. 32 annuncia il compimento del proposito espresso da Gesù: i Dodici, reduci da una intensa campagna di evangelizzazione, si appartano con Lui in un luogo deserto. Marco fin dall'inizio attesta quanto Gesù amasse la solitudine oltre che la compagnia degli uomini. I luoghi deserti erano scenari di preghiera, come in 1,35 o anche ambienti in cui sottrarsi all'eccessiva e poco lucida ricerca della folla, come in 1,45 dopo la guarigione del lebbroso. L'isolamento di luoghi appartati non fa paura ai Dodici se il Pastore è con loro. Il silenzio si traduce in intimità e i cuori possono aderire più fortemente alla Parola del Maestro.

Il versetto successivo rende in modo unico quale popolarità avesse raggiunto Gesù e a quali profondi bisogni avesse dato risposta con la propria presenza e la propria azione. Con prontezza, attraverso una marcia serrata, la folla, vedendo allontanarsi il Maestro, intuisce dove sia diretto e lo precede. Il testo consente di immaginare quale fu la scena che Gesù dovette trovarsi davanti agli occhi al momento dell'arrivo nel luogo prescelto: lo stesso oceano umano da cui aveva preso congedo poche ore prima. È gente che non sa più stare senza di lui. Su quel popolo si stende come un manto la sua compassione (v. 34). Egli comprende meglio di chiunque altro che cosa è quella massa accorsa a lui da tutte le città della regione. Chiunque poteva vedere la folla. Non tutti avrebbero interpretato quell'assembramento secondo il cuore di YHWH, Pastore del suo popolo Israele. È invece quanto fa Gesù, immagine dell'amore del Padre. Lungi dall'essere emozione passeggera, la sua compassione si traduce in un darsi senza limiti, senza badare alla stanchezza o alla necessità del riposo, necessario ai suoi discepoli quanto a Lui.
L'espressione prima di misericordia sarà proprio la parola. Egli si mette «ad insegnare molte cose» (v. 34). Può stupire la scelta di Gesù solo se ignoriamo che cosa sia veramente la stanchezza. Noi la identifichiamo spesso con la quantità di sforzo profuso in un certo lasso di tempo. Non è così: ciò che ci stanca è lo sforzo privo di significato e direzione. Pensiamo a una marcia in montagna: il cammino non è mai tanto insopportabile come nell'istante in cui ci si perde e non si sa più dove si sta andando. Ogni goccia di sudore pare sprecata. Si tratta di fatica inutile: quella che più pesa e che prima si vorrebbe abbandonare. Quando invece la meta è visibile, anche se lontana, le forze raddoppiano.

Le folle del secondo vangelo erano spossate perché erano un gregge senza pastore (v. 34). Vagavano senza guida né sostegno esattamente come un insieme di pecore che non sa dove andare, dove trovare pascolo o acqua per dissetarsi. Era la situazione di Israele al tempo di Geremia. È la situazione dell'uomo senza una mediazione efficace della presenza divina. Ciò di cui anche noi oggi abbiamo più che mai bisogno è un significato. La ragione per cui una marcia dura venne affrontata da un così gran numero di persone, pur di anticipare l'arrivo di Gesù e non perderne la compagnia, è un significato. Ritrovato il pastore, il gregge è pronto a qualunque viaggio. L'insegnamento del Pastore Gesù è la bussola del cammino umano. È l'annuncio del Regno, presenza salvifica di Dio per gli ultimi e i poveri. È parola di perdono e riconciliazione. Soltanto essa può soddisfare la nostalgia del cuore umano e dare un senso alla fatica di ogni giorno.



VITA PASTORALE N. 6/2009 (commento di Claudio Arletti,
presbitero della arcidiocesi di Modena-Nonantola)



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