XX Domenica del Tempo ordinario


ANNO B - 16 agosto 2009
XX Domenica del Tempo ordinario
Pr 9,1-6
Ef 5,15-20
Gv 6,51-58

PERDITA CHE SI RIVELA
GUADAGNO ASSOLUTO

Grande protagonista della prima lettura è la Sapienza. Come un'abile imbanditrice di tavole, essa ha preparato il suo banchetto. Siamo al cap. 9 del libro dei Proverbi e la mensa cui il testo allude altro non è che il prosieguo del libro con la ricchissima collezione di detti sapienziali. La metafora del banchetto è efficacissima. L'uomo certamente deve nutrire il proprio corpo, ma anche la mente e il cuore hanno fame. Il cibo cui anelano è la verità coniugata all'amore. Potremmo proprio descrivere la sapienza biblica come la unificazione di mente e di cuore. Il sapiente veterotestamentario pone l'uno nell'altra vicendevolmente, senza separazione. Se il pensiero occidentale contrappone frequentemente logica e sentimento, non è così secondo l'accezione biblica di "cuore". In esso, pensieri, affetti e sentimenti corrono insieme, senza alternarsi o addirittura contrapporsi, creando un unico slancio verso Dio e verso i fratelli. Il cuore è il luogo dell'unità della persona nel suo progettarsi.

In questo senso, la Sapienza di Proverbi 9 desidera il cuore del discepolo ancora ingenuo e inesperto. Cerca una adesione globale che unifichi la persona piuttosto che frantumarla. Il problema dell'unità dell'adesione a Dio è più che mai una questione del nostro tempo. Troppe volte la mente corre senza gli affetti o i sentimenti si slegano come impazziti e divengono ingovernabili creando un contrasto insanabile tra ciò che pensiamo e stimiamo retto e giusto e quanto invece sentiamo come necessario e vitale sul piano dei sentimenti. Solo una sapienza che nutra mente e cuore contemporaneamente può consentire all'uomo di vivere. Ancora, possiamo definire la sapienza non solo come sintesi di ragione e sentimento, ma anche di valori e storia. Essa è la virtù grazie alla quale riesco a comprendere come il piano di salvezza di Dio possa calarsi e tradursi nelle nostre vite, in modo estremamente concreto. È l'origine stessa del termine ebraico che spinge la riflessione in questa direzione. I primi "sapienti" menzionati nella Bibbia sono infatti gli artigiani deputati alla costruzione del santuario nel deserto, della dimora in cui Mosè collocherà le tavole scritte con il dito di Dio, recanti le dieci parole.
La sapienza dell'artigiano è la capacità di creare un manufatto di grande bellezza, senza strumenti eccezionali e senza materie prime fuori dall'ordinario. La sua arte consiste nel saper trasformare e adattare quanto ha fra le mani perché unisca funzionalità e bellezza.
Lui riesce dove altri, con i medesimi mezzi, fallirebbero. Possiede una sapienza che è, appunto, sintesi fra ideale e reale. Anche la conduzione della nostra vita è, in fondo, una questione artigianale. Nessuno è nato in condizioni perfette, senza problemi remoti o prossimi. La materia della vita ha sempre qualche limite o difetto. A noi è chiesto di plasmare tempi e spazi e relazioni così da realizzare in virtù dello Spirito il miracolo della santità. È compito di sintesi tra la forza della presenza di Cristo in noi e circostanze e accadimenti concreti, raramente frutto di scelta. Non abbiamo scelto noi la "materia prima", la nostra storia. A noi tocca lavorarla in modo sapiente, appunto, per adeguarla ai più alti valori dello spirito che risplendono in Cristo Gesù. Non per nulla, l'esordio della prima lettura mostra l'abilità spiccia di una donna che sa costruire case ma anche preparare succulenti banchetti.
Alla luce del valore irrinunciabile della Sapienza, pane necessario per la vita dell'uomo, capiamo perché Cristo si presenti come il "pane vivo" (v. 51). Il cap. 6 di Giovanni non è un capitolo immediatamente eucaristico in tutti i suoi passaggi. Gesù è "pane vivo" anzitutto perché incarna la perfetta sapienza del Padre. Egli è la concretezza divino-umana di cui abbiamo fame. Egli è sintesi di ordinario e straordinario. In Lui la mente e il cuore sono una cosa sola. Se vogliamo cogliere il lato peculiare del Cristo-Sapienza basti notare quante volte il termine "vita" e l'allusione al suo contrario ritornino nei versetti che abbiamo ascoltato. La sapienza che dobbiamo masticare e assimilare è la logica della sua Pasqua. Il suo pane è la sua carne per la vita del mondo (v. 51). Ai giudei sembra inverosimile che un uomo possa sfamarli con la propria morte e che da questa morte possa nascere la vita.

Eppure è questa la sapienza paradossale della Pasqua, illustrata alcuni capitoli dopo dalla metafora del chicco di grano. Ogni uomo è chicco seminato nel cuore della storia. Se, nell'amore, che è perdita di sé, non accetta di morire non può fare frutto. Per questo la vita dipende dalla sapienza con cui si sa morire, subendo la morte e lo spegnimento di sé o vivendolo attivamente come dono e offerta. La carne di Cristo è la sua esistenza donata al Padre e ai fratelli che, nella Pasqua, risorge senza essere assorbita dalla morte ma piuttosto dalla vita eterna. L'eucaristia, indicata più direttamente dall'accostamento "carne/sangue" nei vv. 54-65, è farmaco d'immortalità perché ci comunica la sapienza della Pasqua come forma concreta dell'amore. Fare la comunione non è allora il distintivo del buon cristiano o una pia abitudine che magari protegge da possibili malanni. È l'apprendimento di una perdita che si rivela guadagno assoluto.



VITA PASTORALE N. 7/2009 (commento di Claudio Arletti,
presbitero della arcidiocesi di Modena-Nonantola)


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