XXII Domenica del Tempo ordinario (C)


ANNO C - 29 agosto 2010
XXII Domenica del Tempo ordinario

Sir 3,17-20.28-29
Eb 12,18-19.22-24a
Lc 14,1.7-14

È LA NOSTRA STORIA
A RENDERCI UMILI

Ancora una volta il testo evangelico ci conduce a mensa, là dove ci aveva lasciato la domenica precedente. Anche in questa circostanza Gesù opera un passaggio da una mensa terrena alla mensa escatologica del Regno. Domenica scorsa i commensali di Cristo si scoprivano esclusi dal banchetto celeste (Lc 13,27). In questa, un concreto invito da parte farisaica permette a Gesù di alludere nuovamente alla comunione finale con il Padre, nell'eternità. La materia del suo insegnamento, in tale circostanza, è l'umiltà. Egli ci fa capire come questa virtù possa intendersi solo in rapporto a lui. Non è solo una virtù cristiana, ma è fondamento di tutto lo sviluppo della vita nello Spirito Santo. Per questo intendiamo il v. 8 con le sue "nozze" non solo come un riferimento a matrimoni veri e propri ma come allusione alla vita spirituale, alla comunione con Dio, significata in modo supremo proprio dal simbolo coniugale.
Si pensi alla parabola del padrone che rientra dalle nozze narrata nel cap. 12 e ai molti altri riferimenti dove il Cristo si presenta come sposo. Comprenderemo allora perché proprio ai farisei, ossia a coloro che si consideravano il nucleo super-eletto del popolo d'Israele, venga impartito tale insegnamento sull'umiltà. Esso si può certamente estendere a tutti i campi della vita. Se siamo chiamati all'umiltà davanti a Dio e in rapporto a Cristo, quanto più vi saremo chiamati anche in altre circostanze della vita. Ma l'esortazione a non cercare il primo posto va intesa anzitutto pensando al nostro rapporto con Dio. Lì non possiamo cercarlo assolutamente, secondo quella che è invece la tentazione principale dell'uomo religioso: ritenere, in fondo, di meritare quel posto. Leggiamo allora l'esempio portato da Gesù non come un suggerimento per il quotidiano, ma come una sintesi dell'intera storia della salvezza.

Esiste un popolo, chiamato da Dio a occupare il primo posto fra le nazioni. Israele è stato scelto non per meriti propri, come ricorda Dt 7,7 ma piuttosto per la predilezione che Dio manifesta a favore della piccolezza. Sappiamo bene come, nella storia della salvezza, l'elezione sia divenuta fonte di presunzione religiosa e false certezze. Ricordiamo ancora le parole degli esclusi contenute nel brano di domenica scorsa: un'apparente intimità si rivela totale estraneità. Non basta essere fisicamente assieme. L'elezione rimane grazia e beneficio quando resta viva, in chi l'ha ricevuta, la coscienza del dono che mai è merito ma appunto amore ricevuto senza alcuna reale ragione. La scelta di occupare l'ultimo posto, nel banchetto escatologico rivelerebbe proprio questo: la consapevolezza di quanto siamo stati amati, senza motivo, ma per pura grazia. È solo il Padre, che ci ha chiamati (v. 9), sorgente di ogni beneficio, che può decidere il nostro avanzamento nel banchetto escatologico. Si capisce allora perché Cristo rivolga ai presenti la strana esortazione a occupare l'ultimo posto nell'attesa di ricevere un avanzamento. Parrebbe un chiaro invito all'ipocrisia: chi sa di valere qualcosa dovrebbe in fondo deprezzarsi e compiere un finto gesto di umiltà il cui vero scopo è ottenere una pubblica celebrazione di merito, appena giunge il padrone di casa. Chi siede ultimo dovrebbe farlo, secondo l'invito di Gesù, proprio in attesa del momento in cui sarà chiamato avanti, avendone così «gloria davanti a tutti i convitati» (v. 10). Non può certo essere così nello spirito del Vangelo.
Ritorniamo invece alla storia della salvezza in cui la presunzione ha condotto alcuni alla rovina spirituale, ritenendo, secondo le parole del Battista nel terzo vangelo che fosse sufficiente «avere Abramo per padre» (Lc 3,8). È allora accaduto che pubblicani e prostitute passassero loro davanti nel regno di Dio (Mt 21,31). Non è forse la situazione descritta da Gesù e l'accadimento della salvezza offerta a noi gentili, senza che ne avessimo alcun merito? Nessuno può sedere al primo posto alla mensa di Colui che ha occupato l'ultimo, ossia il Verbo fatto carne per somma umiltà, allo scopo di recuperare anche l'ultimo dei suoi figli, come ascolteremo nelle parabole del cap. 15. Tutto è grazia. Per questo davanti a Dio e alla sua amorosa sapienza noi non possiamo che retrocedere, confidando nella sua sconcertante e universale benevolenza.

Capiamo allora senza fatica la seconda esortazione, nei vv. 12-14. L'umiltà davanti a Cristo, la piccolezza nell'intendere la propria storia come grazia è gemella della gratuità. Chi potrebbe invitare «poveri, storpi, zoppi e ciechi» (v. 13) se non chi ha scoperto e compreso quanto amore è stato seminato nella sua vita senza merito? La beatitudine paradossale del v. 14 è, in fondo, la beatitudine di Dio stesso che ha esteso la comunione intratrinitaria all'uomo facendolo suo commensale nell'Eucaristia. L'amore è ricompensa a se stesso. Non può avere altro premio se non la gioia del dono. Diversamente non sarebbe autentico. Quando ragioniamo intorno al merito, a quanto abbiamo sudato con le nostre forze non ci viene da condividere nulla. Pensiamo e crediamo che ciascuno debba semplicemente ricevere secondo la propria fatica e dimentichiamo che il principio della nostra vita non è altro che puro dono. Dall'umiltà, intesa come consapevolezza della grazia immeritata, nasce la capacità di non cercare profitti da quanto condividiamo. È la nostra storia a renderci umili. È l'atteggiamento del Padre a spingerci sulle tracce di un'altra beatitudine, l'unica davvero divina.


VITA PASTORALE N. 7/2010 (commento di Claudio Arletti,
presbitero della arcidiocesi di Modena-Nonantola)



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