Domenica delle Palme (B)


ANNO B – 1° aprile 2012
Domenica delle Palme

Is 50,4-7
Fil 2,6-11
Mc 14,1-15,47

RIUSCIRE A COGLIERE
IL CUORE DEL MISTERO

La Settimana più santa dell'anno comincia con una celebrazione festosa. L'ingresso di Gesù in Gerusalemme viene descritto dagli evangelisti come il coronamento delle attese e delle speranze di tutti: il Messia finalmente è venuto, il suo popolo lo acclama e lo accoglie nella città santa, la città di Davide. Eppure, non comincia affatto una settimana di festa. La lettura liturgica, per quattro volte durante la stessa Settimana, del lungo racconto della passione e morte di Gesù imprime a queste giornate le stigmate del lutto. Almeno dentro le chiese, perché all'esterno tutto resta assolutamente invariato anche in questa Settimana più santa dell'anno.

Questa situazione, in cui un confine precisamente segnato separa il dentro e il fuori, troppo spesso la descriviamo negativamente, come esito deleterio di un processo altrettanto nefasto di affrancamento del mondo dal potere della religione e della Chiesa. E, in realtà un po' troppo rapidamente, pensiamo si tratti di una sconfitta anche di Dio. In fondo, per questo ci è più facile celebrare il Natale che non la Pasqua: del Natale il mondo, con tutte le sue armi di persuasione di massa, si è appropriato e ha sbaragliato i confini, poco importa se piazzando accanto a un presepio un abete pieno di luci e sovrapponendo un rubicondo vegliardo carico di regali a un bambino che porta al mondo i doni messianici. Certo, con i segni della Pasqua, croce e spine e chiodi, il consumismo riesce a orchestrare ben poche trappole, anche se oggi la diffusione di tanta moda evil ci rende ormai simpaticamente familiari anche tanti simboli dell'horror.

Eppure, proprio su quel confine tra il dentro degli spazi della fede e il fuori degli spazi della, vita sociale si gioca la grande risorsa del nostro tempo. È su quel confine che il racconto della passione andrebbe letto e annunciato, magari anche per quattro volte, in ambiti liturgici o in spazi privati, nella Settimana che chiamiamo "santa". Prima di tutto perché s'impone: non chiede commenti, omelie, spiegazioni. È narrazione che deve bastare a sé stessa perché, nel momento in cui racconta, annuncia. Non descrive soltanto. Induce a riflettere e a prendere le distanze da qualsiasi convinzione previa.

II racconto della passione di Marco è forse il testo più antico trasmesso dalla fede dei discepoli e delle discepole di Gesù subito dopo la risurrezione. Ci riporta, dunque, lì dove tutto ha avuto inizio. Per questo è giusto che esso abiti quel confine tra il fuori e il dentro. In termini teologici, quel confine si chiama Pasqua e va attraversato, non cancellato. Oggi, finito il regime dei precetti, per vivere la fede è necessario essere creativi, saper passare da una parte all'altra, dal fuori del mondo al dentro della Chiesa, e saperlo fare, da soli o insieme, inventando tempi e momenti, luoghi e situazioni: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome». Senza timori, senza compiessi, sapendo, però, ripartire da dove tutto ha avuto origine, cioè proprio da quel racconto.

Esso rappresenta un vero e proprio itinerario di avvicinamento al fatto da cui né la fede né il culto cristiani possono prescindere: veramente Gesù è stato messo a morte in un preciso momento della storia della Palestina romana, sotto Ponzio Pilato. Una delle infinite vittime di uno dei tanti carnefici della storia, di allora e di sempre. Ma l'unica e, con tutte le nostre forze noi speriamo sia anche la prima, che Dio ha scelto per dare inizio a una nuova creazione. Senza quella morte, cioè, senza Ponzio Pilato, nulla di quanto viene dopo avrebbe senso. Nulla andrebbe oltre forme visionarie di esperienza pseudoreligiosa di cui è costellata la storia umana e straborda ormai il nostro mondo.

È segno di grande sapienza spirituale, allora, che lungo la Settimana che avvicina alla notte della vittoria della luce sulle tenebre, la liturgia inviti i credenti a tornare per quattro volte sul racconto della passione. Fermandosi però sempre alla deposizione del corpo di Gesù nella tomba e alle discepole galilee che, guardando da lontano lo svolgimento dei fatti, possano assicurare continuità alla storia del Nazareno tra il prima e il dopo la sua morte. Più forte di ogni film, la narrazione rimanda a luoghi, tratteggia situazioni, profila personaggi. Gerusalemme, la città della pace messianica, si rivolta contro colui che aveva acclamato Messia; la fragilità e la debolezza segnano impietosamente le relazioni tra i discepoli e il Maestro e dei discepoli tra loro; chi dovrebbe essere in prima fila fugge, e chi viene da molto lontano arriva invece a cogliere il cuore del mistero.

Il racconto della passione di Gesù è storia di discepoli. Che accompagnano Gesù e lo abbandonano, che partecipano con trepidazione e vengono vinti dal sonno, che guardano da lontano e si espongono coraggiosamente. Su quel legno, insieme con lui, viene crocifissa la fiducia in Dio e viene derisa la speranza. Ascoltare il racconto della passione e morte di nostro Signore Gesù Cristo, come si diceva un tempo, ci mette, ciascuno, nella propria verità di discepolo. È un posto dove dovremmo imparare a stare, silenziosi e trepidanti, almeno per una settimana.

VITA PASTORALE N. 3/2012
(commento di Marinella Perroni, docente di N.T.)


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