V Domenica di Pasqua (B)


ANNO B – 6 maggio 2012
V Domenica di Pasqua

At 9,26-31
1Gv 3,18-24
Gv 15,1-8

INSERITI IN CRISTO
COME TRALCI NELLA VITE

Da persecutore a perseguitato: l'esperienza di Paolo di Tarso irrompe nel racconto degli Atti degli apostoli lentamente, ma con forza, finché non occuperà del tutto la scena. Intrecciate insieme, storia e leggenda, ci hanno consegnato la parabola di colui che, senza aver conosciuto Gesù di Nazaret e senza aver fatto parte del gruppo discepolare, viene incoronato con il titolo "Apostolo delle genti" grazie a un evento folgorante. In realtà, però, Paolo ha dovuto faticare per farsi accettare, ha dovuto imparare ad essere apostolo tra gli apostoli, ha dovuto difendersi da incomprensioni e persecuzioni. La potenza della risurrezione entra, sì, nella storia, ma non ne altera i meccanismi.
A noi piacerebbe che fosse così e per questo andiamo in cerca di esperienze forti, di storie miracolose, di eventi folgoranti. Invece, la grandezza di un apostolo sta tutta nella capacità di trovare tutti i mezzi per restare fedele al proprio compito, una capacità che mette insieme una dose di coraggio individuale, certamente, ma anche il sostegno ecclesiale dei fratelli. Senza il loro aiuto e, in particolare, senza il decisivo ruolo di Barnaba, Paolo non sarebbe mai diventato l'apostolo di Gesù Cristo che ha portato il Vangelo ai pagani. Da questo punto di vista, l'autore degli Atti è uno storico della Chiesa esemplare perché i toni dell'apologia mai sovrastano il realismo della storia, con le sue pieghe buie e le sue trame faticose.

La teologia giovannea ci propone invece, con la potenza retorica ad essa propria, una riflessione sulla fedeltà come banco di prova della vita in Dio. Quando Giovanni scrive il quarto vangelo, l'esperienza di decenni di vita comunitaria ha già dimostrato che il rapporto vivo con il Signore risorto presente in mezzo ai suoi si logora e forte è la tentazione di affidarsi a forme di organizzazione comunitaria analoghe a quelle di qualsiasi altro gruppo. Per Giovanni, invece, non è una struttura o un'organizzazione che fa la comunità. Non è neppure l'autorità di una gerarchia che garantisce il corpo comunitario e lo rafforza. Soltanto un rapporto e un vincolo di comunione personale di ciascun credente con Cristo Signore crea la comunità.

Anche l'immagine della vite, come già quella del pastore, è introdotta dalla solenne autorivelazione con cui Gesù presenta sé stesso come il Signore: «Io sono». Attraverso queste parole Dio si è rivelato al suo popolo, ma sono parole che hanno conservato lungo tutta la tradizione biblica una certa enigmaticità. Esse indicano che la rivelazione di Dio al suo popolo non può essere costretta in nessuna definizione, ma si esprime nei mille modi di una presenza efficace nella storia. Difficile da capire per una mentalità occidentale ossessionata dal problema di arrivare a definire la verità in modo univoco, chiaro e distinto e si lascia poi travolgere dall'irruenza della storia e dalla sua imprevedibilità e irriducibilità. Per la tradizione giovannea, la verità è ben altro. Non passa per le formulazioni concettuali, ma esprime la capacità di restare stabili nell'appartenenza a Dio, sempre e comunque, perché si riconosce che la storia è di Dio.

Per Giovanni, Dio, il Padre, resta colui che conduce e governa la storia come storia della sua presenza nel mondo. È lui il vignaiolo, è lui che garantisce il risultato, il compimento, è lui che si prodiga perché ogni tralcio porti il suo frutto. Come il pastore buono fa di tutto per garantire il suo gregge perché il gregge gli appartiene ed è il suo tesoro, così il vignaiolo opera alacremente perché la sua vigna porti frutto. Giovanni richiama di nuovo un'immagine biblica eloquente, quella della vigna, di cui i profeti si erano serviti per simboleggiare il rapporto tra Dio e il suo popolo. Come il gregge per il pastore, anche la vigna per il vignaiolo è oggetto di fatica e di cura: il rapporto che lega il gregge al pastore e la vigna al vignaiolo è infatti quello di un interesse vitale. Essi sono, per i loro padroni, l'unica fonte di vita e di fortuna.

L'immagine della vite e dei tralci non evoca una sorta di intimismo spirituale, perché la "spiritualità" di Giovanni è teologicamente molto robusta e non può essere confusa con una compiacenza sentimentale. Né l'invito a "rimanere" in lui va inteso come un monito alla perseveranza, cioè con l'esercizio di una virtù. È piuttosto frutto di una fede che confida nella stabilità di Dio prima ancora che nella propria. La comunione con Dio, l'intimità tra vite e tralci non si merita né si conquista: è data. Soprattutto, il rapporto di intima e forte comunione tra Gesù e i suoi discepoli, come quello tra Dio e il suo popolo o come quello tra Gesù e il Padre non può ridursi a un'intimità di sentimenti condivisi perché non è un rapporto simmetrico tra uguali: è la vite che dà la vita ai tralci. Per questo, anche in un tempo come il nostro, in cui diveniamo sempre più strutturalmente incapaci di stabilità, perché travolti dal fiume in piena di una vita in cui tutto è "iper" e tutto è precario, la fede nel Risorto, prima di essere una verità, è abbandono consapevole e fiduciale a colui che, principio e fine, "rimane". A chi ci sanziona come incapaci di continuità e costanza, di stabilità e di fedeltà, possiamo garantire che pure noi riceviamo da lui la vita come tralci dalla vite. E questo ci basta.

VITA PASTORALE N. 4/2012
(commento di Marinella Perroni, docente di N.T.)



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