Cardinal Martini - Omelie per le Ordinazioni dei Diaconi permanenti



Cardinal Martini
Omelie per le Ordinazioni dei Diaconi permanenti


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20.10.1990 - Il diaconato permanente nella nostra chiesa

4.11.1992 - Cinque nuovi talenti per la nostra chiesa

7.12.1994 - A servizio della Chiesa di Ambrogio

8.11.1997 - "La sobria ebbrezza dello Spirito"

3.10.1999 - Icone viventi di Cristo Servo




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20.10.1990 (torna su)

IL DIACONATO PERMANENTE NELLA NOSTRA CHIESA

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore, lasciamoci guidare dalla prima lettura di questa liturgia della Dedicazione della chiesa Cattedrale, per chiedere luce al Signore sul mistero che stiamo per celebrare. Noi consacreremo infatti, per la prima volta nella storia della Chiesa ambrosiana di questo millennio, cinque diaconi permanenti.

Il cantico della sapienza (Baruc 3)
La pagina del profeta Baruc (3, 24-38), è parte di un cantico sapienziale, un elogio della sapienza di Dio. L'autore invita il popolo di Israele, per il quale è composto questo canto, a ricercare la ragione del suo esilio in Babilonia. Dice all'inizio del capitolo 3: "Perché, Israele, perché ti trovi in terra nemica e invecchi in terra straniera?... Dov'è la forza, dov'è la luce degli occhi?". Ed espone lui stesso il motivo: "Tu hai abbandonato la fonte della sapienza! ...se tu avessi camminato nei sentieri di Dio, saresti vissuto sempre in pace". Parola che ci richiama quella rivolta da Gesù a Gerusalemme: "Se avessi compreso la via della pace!" (cf Lc 19, 42).
Proseguendo, Baruc si chiede dove mai si potrebbe trovare oggi la sapienza. Anzitutto, risponde, non si trova nei grandi imperi, nei dominatori dei popoli, non abita in coloro che detengono grandi ricchezze, non abita nemmeno negli uomini più stimati per abilità e per scaltrezza; non la possedettero neppure "i giganti famosi dei tempi antichi" perché anch'essi, pur essendo alti di statura ed esperti nella guerra, sono scomparsi dalla faccia della terra. Dove si trova dunque la sapienza? La sapienza abita dove è colui che è il Creatore sapiente e onnipotente; lui solo sa dove dimora la sapienza perché è proprio nella sapienza che egli ha creato tutte le cose: la terra, gli animali, le stelle, i cieli. Egli ha scrutato tutta la via della sapienza e ne ha fatto dono al suo popolo prediletto, a Giacobbe suo servo.

Il dono del diaconato permanente
Questa sapienza che abita in Dio, continua a guidare la Chiesa nel corso dei secoli, e si è espressa nel Concilio Vaticano II che ha ribadito la definizione antica del diacono: "I diaconi, sostenuti dalla grazia sacramentale, nel servizio della liturgia, della parola e della carità, sono al servizio del popolo di Dio" (LG 29). E continua: "Il diaconato potrà in futuro essere restituito come proprio e permanente grado della gerarchia. Con il consenso del romano Pontefice, questo diaconato potrà essere conferito a uomini dì matura età, anche viventi nel matrimonio, e così pure a dei giovani idonei, per i quali però deve rimanere ferma la legge del celibato" (ibidem).
A partire da questa disposizione del Vaticano II, Paolo VI restaurò ufficialmente il diaconato permanente nella Chiesa "perché fosse animatore del servizio, ossia della diaconia della Chiesa presso le comunità cristiane locali, segno o sacramento dello stesso Cristo Signore che venne non per essere servito, ma per servire" (Ad Pascendum, 15 agosto 1972).
È dunque questo un momento di grande gioia per noi che restituiamo la forma del diaconato, del servizio a imitazione di Cristo Signore, come ministero permanente nella nostra Chiesa.
Celebriamo e viviamo un evento che resterà nella storia futura della Diocesi ambrosiana.
I diaconi permanenti in mezzo a noi rappresenteranno un segno grande e visibile dell'opera dello Spirito santo nel Concilio Vaticano II.
Voglio quindi ringraziare il Signore per la chiamata che voi, carissimi candidati diaconi, avete ricevuto; lo ringrazio per la vostra generosa risposta, che ora solleciteremo di nuovo pubblicamente; lo ringrazio per il sostegno, la collaborazione, l'accettazione e la vicinanza delle vostre famiglie; lo ringrazio per i vostri formatori, che dal seminario vi hanno guidato con cura, con amore, con attenzione fino a questo decisivo momento.
Voi state per entrare in quella schiera dì uomini santi (Stefano, Lorenzo, Vincenzo), che agli inizi della Chiesa sono detti, dal libro degli Atti degli Apostoli, "pieni di Spirito e di saggezza" (At 6, 3). In questo Spirito e in questa saggezza voi sarete servi dei misteri di Cristo e, nello stesso tempo, servi dei vostri fratelli e sorelle in questa Chiesa locale per la sua costruzione ed edificazione nella carità.

"Forza motrice" per la diaconia della Chiesa
Quali sono i misteri di Cristo dei quali sarete ministri?
Il mistero centrale è di far sì che tutte le cose, in terra come in cielo, diventino una cosa sola sotto la guida di Cristo Figlio del Padre. Siete perciò a servizio di questo piano fondamentale di redenzione e di salvezza in Cristo.
All'interno di questo piano fondamentale, la grazia sacramentale che vi verrà conferita, attraverso l'imposizione delle mie mani, vi renderà capaci di prestare il servizio della parola, dell'altare e della carità con una speciale efficacia (cf Ad Gentes, 16).
Il vostro non è uno dei tanti ministeri, ma dev'essere come lo definì Paolo VI: "la forza motrice" per la diaconia della Chiesa. Con l'ordinazione, dovrete essere segni viventi del servizio del Cristo alla sua Chiesa.
Tra poco, ai termine della celebrazione, vi verranno consegnate le destinazioni particolari per ciascuno.
Saranno delle specificazioni nell'ambito di quest'unico, globale, indivisibile ministero che è il vostro diaconato: il servizio della Chiesa locale, delle sue necessità pastorali, liturgiche, caritative, catechetiche.
Fin da ora la nostra Chiesa vi ringrazia per la vostra disponibilità e per la generosità e il coraggio con cui vi assocerete all'ordine presbiterale per la cooperazione intima, intensa, diuturna con il Vescovo e con tutte le realtà operanti nella comunità cristiana che è in Milano.

L'ambiente ordinario in cui assolverete il mandato della vostra ordinazione per aiutare il Vescovo e il suo presbiterio sarà la parrocchia, pur se il vostro orizzonte operativo si estende all'insieme della Diocesi. Certamente voi rispetterete, in questo, l'ufficio del sacerdote, coopererete generosamente e consapevolmente con lui, ma voi stessi entrate nell'ambito degli ordini sacri, dei ministeri consacrati, con il diritto di essere pienamente accettati e riconosciuti da tutto il popolo cristiano per ciò che siete: ministri ordinati della parola, dell'altare, della carità.
Come scrivevo nella Lettera alla Diocesi. che annunciava l'istituzione del diaconato permanente, "il vostro apporto al ministero e la freschezza dell'esercizio dei vostri compiti potranno a mano a mano indicare una sempre più armonica ridistribuzione dei carichi pastorali nella Diocesi, aiutando i presbiteri a meglio definire e a più distesamente svolgere il ministero loro proprio". E aggiungevo: "Anche le istituzioni su cui si regge la realtà comunitaria della Chiesa potranno acquisire tratti di agilità assai più pronunciati, tali da propiziare una sciolta comunicazione tra comunità e singoli, tra le parrocchie e il decanato e le espressioni molteplici della vita ecclesiale. Ne trarranno beneficio anche la sensibilità e l'iniziativa missionaria delle nostre comunità".

A servizio della pace e della carità
Carissimi diaconi, celebriamo la vostra ordinazione nella vigilia della Dedicazione della Cattedrale che è simbolo e segno della Chiesa locale.
San Bernardo, nei suoi Sermoni per la Dedicazione della Chiesa, afferma che tale liturgia della Dedicazione è la più perfetta evocazione del mistero della Chiesa. E spiega che la Chiesa locale, quella a cui apparteniamo, come pure la Chiesa universale, siamo ciascuno di noi. "Ciascuno di noi è il tempio di Dio, ciascuno di noi e tutti insieme". Per questo è "sommamente necessaria la pace"; senza la pace non siamo una stessa dimora, una stessa città. Città, sottolinea, non confusione; popolo, non massa disordinata. Questa pace non può sussistere senza una legge, senza una disciplina, e soprattutto senza carità. Là dove un popolo amato da Dio in Cristo, cerca di vivere nella carità, mediante lo Spirito, sotto la guida del Vescovo e dei suoi collaboratori, c'è la Chiesa locale (cf V Sermone).
Voi siete appunto al servizio di questa pace, di questa Chiesa, di questa unità, di questa comunione, di questa carità, di questa comunicazione, che vogliamo far risplendere, in particolare nei programmi pastorali di questo biennio, nella realtà della nostra Chiesa locale.
Voi siete coloro a cui questa realtà viene oggi affidata, perché, insieme con tutti noi, la portiate davanti al Crocifisso, davanti al Cristo glorioso, di fronte alla Vergine Maria, per la pienezza della gioia di questa comunità.


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4.11.1992 (torna su)

CINQUE NUOVI TALENTI PER LA NOSTRA CHIESA

Il diaconato permanente
Ci uniamo anzitutto nella grata memoria del nostro patrono san Carlo Borromeo che oggi aggiunge, tra i tanti doni fatti alla Chiesa ambrosiana certamente per sua intercessione, cinque nuovi talenti da valorizzare per la nostra comunità: i cinque nuovi diaconi.
E ricordando la memoria di san Carlo, ci uniamo in preghiera e augurio affettuoso con il santo Padre Giovanni Paolo II, devotissimo di san Carlo, che ha voluto farsi pellegrino, nel 1984, sui luoghi del Borromeo e presso la sua tomba. Ho inviato al Papa gli auguri onomastici a nome di tutta la Diocesi e vi leggo il telegramma appena giuntomi da lui: "Nel giorno del suo onomastico le rivolgo con affetto fervidi auguri invocando sulla sua persona e sul servizio ecclesiale l'abbondanza dei favori celesti mentre, a conferma della mia benevolenza, le imparto di cuore la benedizione apostolica estensibile ai sacerdoti e all'intera comunità ambrosiana affidata alle sue cure pastorali".
Siete dunque voi i primi a beneficiare della benedizione papale.
Per penetrare il mistero della consacrazione di cinque nuovi diaconi permanenti, ci lasciamo guidare dalle letture della Messa di san Carlo, che hanno il loro punto focale nella figura del pastore. La prima lettura ci presenta il vero, l'unico pastore: "Io stesso cercherò le mie pecore. Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo". Il Signore è l'unico pastore del suo popolo, della sua Chiesa, non altri. Questa verità ci infonde grande fiducia per i nostri cammini, dal momento che noi siamo condotti da Dio stesso; è lui che educa il suo popolo, che se ne prende cura. La seconda lettura ci dice come, a partire dall'esempio di Gesù che ha dato la vita, anche noi dobbiamo dare la vita. La terza lettura, infine, ci presenta in maniera sintetica Gesù che da la vita, unendo la figura del buon pastore, sullo sfondo della pagina di Ezechiele, con quella di colui che da la vita: "Il buon pastore offre la vita. Io sono il buon pastore e offro la vita per le pecore". Questo è il ministero di Gesù, è la gloria di Gesù, è l'unico servizio pastorale pieno e definitivo, che è fatto da Dio stesso, da Gesù per la sua Chiesa. Ed egli, nella sua bontà, ci associa a tale ministero, che è anzitutto e primariamente suo; ha associato a sé san Carlo nello spendere la vita per questa Chiesa, morendo ancora giovanissimo, stremato dalle fatiche; associa me, tutti i miei collaboratori, Vescovi ausiliari, Vicari episcopali, sacerdoti; associa oggi anche voi.
Il diaconato infatti vi conferisce una partecipazione privilegiata al ministero della Chiesa, che è totalmente relativo al ministero di Gesù, e fa voi diaconi a imitazione della diaconia di Cristo Signore crocifisso e risorto in favore della sua Chiesa.
Sulla scia di una disposizione del Concilio Vaticano II, Paolo VI ha voluto restaurare questa forma di diaconato perché "fosse animatore del servizio, ossia della diaconia della Chiesa presso le comunità cristiane locali, segno o sacramento dello stesso Cristo Signore che venne non per essere servito, ma per servire" (Ad pascendum, 15.8.1972).
Tale servizio ha dato già buoni frutti, pur se incipienti, nella nostra Chiesa, e amerei davvero che fossero più conosciuti, fossero ancora più apprezzati da tutti i presbiteri, da tutti i parroci, da tutte le comunità cristiane, e quindi fossero più desiderati. Vorrei insomma che l'evento solenne che stiamo per compiere, per la prima volta nella festa di san Carlo. della consacrazione di nuovi diaconi permanenti, stimolasse le nostre comunità nella suscitazione di autentiche vocazioni al diaconato, capaci di servire con generosità la Chiesa locale, come appunto stanno facendo i cinque diaconi ordinati due anni fa.
Prima di rileggere più puntualmente le letture, vi chiedo di unirci, nella comunione dei santi, con quella schiera di santi diaconi (Stefano, Lorenzo, Efrem, Arialdo, Vincenzo) che nella grazia dello Spirito santo hanno servito e testimoniato. alcuni tino al sangue, i misteri di Gesù Cristo nostro Signore. Attuando quella conversazione celeste, che ho raccomandato ancora una volta nella mia ultima Lettera pastorale, possiamo dunque pregare:
"Fratelli nostri santi diaconi, con la vostra intercessione ottenete a questi fratelli che stanno per ricevere il diaconato quell'amore all'Eucaristia che vi ha contraddistinto, quella carità pastorale che ha consumato la vostra vita. Ottenete loro di prestare sempre con gioia il servizio della Parola e dell'altare, di essere segni luminosi e viventi della diaconia di Gesù alla sua Chiesa. E tu, carissimo san Carlo, patrono nostro, che certamente saresti stato molto lieto, molto contento, se nella Chiesa del tuo tempo fosse già stato restaurato il diaconato, che certamente avresti favorito questa vocazione perché avvertivi fortemente l'esigenza di ministri dediti alla diaconia del progetto redentivo della salvezza di Gesù, ottieni a noi che, dopo quattro secoli dalla tua morte, abbiamo avuto la gioia di ristabilire questo servizio, di svolgerlo con quella pienezza di frutti che desideriamo".

Mettere la vostra vita a disposizione della Chiesa
Riprendiamo dunque le letture che abbiamo rapidamente evocato all'inizio, cominciando dalla prima Lettera di Giovanni (3,13-16), dove vengono contrapposti l'odio all'amore, la morte alla vita, l'omicida a colui che da la vita per i fratelli.
L'intento dell'evangelista è quello di farci guardare a questo estremo che è dare la vita; non si tratta semplicemente di odio-amore, antipatia-simpatia, distanza-vicinanza, ma è il dare la vita. Ogni cristiano è chiamato ad amare ed è chiamato misteriosamente all'eccedenza di dare la vita, la cui radice si trova sempre nel mistero di Gesù che ha dato la sua per noi.
Come diaconi, voi vi impegnate a servire i fratelli con amore, vi impegnate a testimoniare un amore che si offre senza riserve, a mettere la vostra vita a disposizione di un amoroso servizio alla Chiesa locale e, di conseguenza, a tutta l'umanità.
E in questo compito non siete soli; vi accompagnano i vostri familiari, che ringraziamo perché vi sono vicini e consenzienti in questo servizio; vi accompagna la comunità cristiana; vi accompagnano i diaconi ordinati prima di voi e vi accompagna tutto l'ordine presbiterale con il quale siete chiamati a collaborare strettamente e intimamente; vi accompagna colui che vi consacra, il Vescovo, che conta su di voi per ampliare, quanto più è possibile, gli spazi della carità della nostra Chiesa, verso i vicini e i lontani, i credenti e i non credenti, i sani e i malati, i giovani e gli anziani.

"Le pascerò con giustizia"
Il brano della prima lettura, tratto dal profeta Ezechiele (34,11-16), dopo una severa accusa contro i pastori preoccupati solo dei loro vantaggi, indifferenti alle sofferenze e ai bisogni del gregge, delinea la figura luminosa di un pastore attento al gregge, che è Dio stesso, desideroso di nutrire le sue pecore, premuroso verso quelle disperse. Un Dio che non cura soltanto il gregge come realtà generica, collettiva, ma cura ciascuno: "Andrò in cerca della pecora perduta" (qui c'è già tutta la parabola di Gesù in Luca 15), "ricondurrò all'ovile quella smarrita, fascerò quella ferita, curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia", cioè non avrò preferenze, non sarò né per i forti né per i deboli né per i ricchi né per i poveri, ma sarò per tutti ugualmente.
Così il Signore guarda alla sua Chiesa e così voi siete chiamati, carissimi ordinandi, a guardare alla comunità tutta intera, non solo a una parte di essa, ma a tutta con preferenza ai più poveri e ai più sofferenti, sempre però a beneficio e a servizio dell'intera comunità diocesana e di quella porzione della Chiesa locale che vi verrà assegnata.

A imitazione di Gesù
Il testo del vangelo di san Giovanni riprende la seconda parte della pagina di Ezechiele e, nell'immagine del buon pastore, svela il volto di Cristo stesso, è predetta l'offerta della sua vita per il gregge, offerta che si consumerà nella morte, offerta il cui dinamismo straordinario, esorbitante, è racchiuso nelle parole della prima Lettera di Giovanni.
Ecco il modello che siete chiamati a imitare, partecipando a questo ministero di Gesù.
Ricordando quanto ho detto, nel 1990, ai primi cinque diaconi, vorrei fare pure a voi una raccomandazione. Sarete ministri consacrati, ministri della Parola, dell'altare, della carità; avete dunque il diritto di essere accolti come tali dalle comunità cristiane. A voi però raccomando pazienza, comprensione delle varie sensibilità, proprio perché il vostro è ancora un ministero recente, pur se antichissimo, e solo a poco a poco il popolo di Dio scoprirà la fondamentale importanza della vostra presenza. Voi siete quindi ambasciatori di un ministero antico, ma anche di un ministero in qualche modo nuovo; in voi il popolo cristiano comprenderà la provvidenzialità di tale ministero se saprete rendervi come Gesù, disponibili a tutti e, in particolare, se saprete rispettare l'ufficio del sacerdote, cooperando generosamente con lui per il bene di tutta la parrocchia.

Conclusione
Sono certo che voi desiderate essere al servizio della pace e dell'unità della Chiesa ambrosiana, al servizio dell'amore e per questo vorrei ripetere anche a voi qualcuna delle parole profetiche pronunciate, venti anni fa, dal Cardinale Giovanni Colombo, per le ordinazioni diaconali, parole che ho citato il 10 ottobre scorso per i diaconi che si preparano al presbiterato.
"Non basterà in questo servizio di diaconi dare soltanto i vostri doni, ma dovrete dare voi stessi... Cercate sempre il posto dove c'è più bisogno di servizio, anche se là troverete povertà e umiltà crocifiggenti... Non dite mai: che cosa dà a me questa Chiesa, ma esaminatevi con austera sincerità per scoprire che cosa voi ritenete ancora di dover dare alla Chiesa per servirla con tutti voi stessi e con tutte le vostre possibilità di natura e di grazia... Dove troverete la luce e la forza per assolvere la diaconia degnamente?... Nella parola di Dio, ascoltata, meditata, incarnata nella vita; nella devozione tenera e forte alla Madonna vera serva, diacona in senso pienissimo, pur se non sacramentale, del Signore; nell'adorazione eucaristica e, soprattutto nella liturgia della Messa, in una comunione realmente vissuta con il Vescovo, il presbiterio e tutto il popolo di Dio".
Grazie quindi a voi perché avete risposto alla chiamata del Signore e perché vi rendete disponibili all'infusione dello Spirito santo. Grazie a tutti coloro che vi accompagnano e grazie al nostro san Cario che arricchisce oggi la nostra Chiesa di cinque nuovi talenti preziosi.


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7.12.1994 (torna su)

A SERVIZIO DELLA CHIESA DI AMBROGIO

Siamo qui riuniti nella gioia e nel rendimento di lode a Dio per celebrare la solennità del nostro grande patrono s. Ambrogio. Il 7 dicembre dell'anno 374 - 1620 anni fa come oggi - veniva consacrato Vescovo di Milano. E godiamo della presenza tra noi di tanti fedeli della nostra diocesi e anche di quelli della Chiesa di S. Lorenzo in Firenze, dedicata da Ambrogio nel 394, una splendida chiesa che ho recentemente visitato.
Abbiamo oggi un particolarissimo motivo di gratitudine al Signore, perché tra poco ordinerò sette nuovi diaconi permanenti (sette, come i primi ordinati da Pietro a Gerusalemme). Si tratta di un'istituzione antichissima, riattualizzata nella nostra Chiesa di Milano dopo parecchi anni di riflessione e di elaborazione, e che era molto viva nella Chiesa dell'epoca di Ambrogio.
L'evento che stiamo per celebrare ci richiama dunque ad Ambrogio e ai suoi diaconi, da lui chiamati "ministri dell'altare sacro" o "custodi del santuario". Nell'opera De offìciis (Dei doveri), troviamo pagine assai belle sui compiti morali e spirituali riguardanti le responsabilità assunte dai diaconi e sul legame che li unisce al Vescovo e al presbiterio.
L'odierna ordinazione dei diaconi permanenti va letta pure come la conclusione del Sinodo 47° di cui abbiamo distribuito ieri sera l'ultimo testo definitivo. E tutto questo ci invita a ripensare la figura di Ambrogio, padre di tutta la Chiesa ambrosiana, di tutte le realtà. i ministeri, le attività che caratterizzano il 7 dicembre 1994.
Lasciamoci allora guidare dalle letture liturgiche.

Gli antichi padri della fede
La prima lettura delinea la figura di Ambrogio mediante alcune caratteristiche di personaggi dell'Antico Testamento (Sir 44,16-17, 19-20.23;45,1-4. 15-16). "Durante la sua vita piacque al Signore" (v. 16): Enoch.
"Fu trovato perfetto e giusto, e al momento dell'ira fu riconciliazione" (v. 17): Noè, perfetto mediatore e riconciliatore.
"Nessuno fu simile a lui nella gloria. Egli custodì la legge dell'Altissimo, con lui entrò in alleanza" (v. 20): si parla di Abramo che custodì la legge ed entrò in alleanza con Dio.
"Fece posare sul suo capo la benedizione di tutti gli uomini" (v. 23): si tratta di Giacobbe.
"Lo santificò nella fedeltà e nella mansuetudine: lo scelse fra tutti i viventi" (45,4): viene rievocato Mosè, "uomo di pietà, amato da Dio e dagli uomini" (45,1).
Fu scelto "perché gli offrisse sacrifici, incenso e profumo" (v. 45,30): Aronne, fratello di Mosè, sommo sacerdote.
I versetti del Siracide ci presentano un mosaico di alcuni tra i più famosi uomini di Dio (Enoch, Noè, Abramo, Giacobbe, Mosè, Aronne) e la liturgia sottolinea che Ambrogio ne impersonifica idealmente le virtù e le missioni.
Ciascuno di noi, ciascuno di voi ordinandi diaconi è chiamato a specchiarsi in Ambrogio come sintesi delle figure di questi padri della fede.

Fedeltà nel servizio
La seconda lettura (1Cor 4,1-5) ci propone un brano, tratto dalla prima Lettera di Paolo ai Corinti, che riprende il tema della fedeltà nel servizio. Nel testo è possibile intravedere qualche riflesso della parabola raccontata dall'evangelista Luca a proposito del servo, dell'amministratore fedele. L'Apostolo insegna che gli apostoli e i loro successori, con i rispettivi collaboratori - quindi anche voi diaconi - vanno considerati quali semplici amministratori dei misteri di Dio che, nella temporanea assenza del Signore, come dice Luca, sono responsabili della casa, della Chiesa. La loro qualità non è quindi quella di padroni delle cose di Dio, bensì di servitori, e la sola cosa loro richiesta è la virtù più alta, la fedeltà. Una fedeltà che conferisce a noi, a voi, ministri di Cristo, una somma libertà di spirito di fronte alle critiche altrui e, insieme, la trepidazione per dovere un giorno rendere conto del nostro servizio al tribunale di Dio.
Due caratteristiche che auspichiamo per voi, carissimi diaconi: la fedeltà nell'amministrare i misteri di Dio e la libertà del cuore da ogni giudizio umano. Tale assoluta libertà e fedeltà del servizio è certamente una caratteristica di Ambrogio, e per questo si sentiva spinto ad amare e a portare la croce del Signore come culmine dei misteri di Dio. Egli avvertiva di non poter rappresentare tra gli uomini il Cristo povero e sofferente se non facendosi povero, caricandosi di fatiche e distaccandosi dai beni materiali. In quanto servitore del Signore e fedele amministratore del mistero della passione di Gesù, non si scandalizzava mai del male né del dolore, ma desiderava persino il martirio e visse con profonda fede le tante croci fisiche, morali, spirituali che dovette portare. A Gesù chiedeva: "Tu mi hai chiamato quando ero perduto, non permettere che ora, Vescovo, mi perda. Fa' che io senta sincera e intima compassione per quelli che sbagliano, che non sia superbo né rimproveri i peccatori, ma che io pianga con loro".
Questa partecipazione ai dolori e alle sofferenze della gente è particolarmente raccomandata a voi, ordinandi diaconi, per il vostro servizio al popolo di Dio.

II buon pastore
La pagina del vangelo di Giovanni (10,11-18) riassume il ministero pastorale di Ambrogio nella parola: "Io sono il buon pastore".
Parola che anzitutto Gesù dice sommamente di sé. Nei capitoli precedenti aveva affermato: "Io sono la luce del mondo"; "Io sono prima che Abramo fosse". Ora si designa buon pastore e aggiunge una definizione in terza persona: quel buon pastore "che offre la vita per le pecore" (v. 11).
Vorrei osservare che nel v. 11 "offrire la vita", ha ancora il significato logico della metafora del pastore: offre la vita nel caso di un pericolo che minaccia le pecore, la rischia, la espone, così da proteggere il gregge dal lupo.
In realtà, il verbo "offro la vita" vuoi dire che depone la sua vita sull'altare della riconciliazione per il suo gregge, mentre il mercenario fugge di fronte a un pericolo, è un amministratore che non si interessa, in fondo, di ciò che gli è affidato. Il mercenario, insomma, non ha alcuna relazione personale né con il padrone, con il Signore, né con le pecore; il pastore, invece, è in relazione con Colui che lo ha mandato e con quanti gli sono affidati, perché conosce le pecore, le ama e le raduna.
"Offro la vita", ai vv. 15,17,18 acquista dunque il senso specifico della morte effèttiva di Gesù, m opposizione a "riprendere la vita", egli si espropria, depone la vita a vantaggio e a favore delle pecore.
È qui espressa la grande cristologia giovannea: il contrasto, per così dire, tra la dipendenza assoluta del Figlio dal Padre - perché il comando l'ha ricevuto dal Padre - e la sua perfetta libertà nel deporre la vita e nel riprenderla. L'unità di azione tra Padre e Figlio è totale, come Gesù stesso proclamerà al v. 30 di questo capitolo: "Io e il Padre siamo una cosa sola".

Il messaggio per noi
Se dovessimo riassumere in poche parole la vita, la straordinaria personalità, le opere scritte di Ambrogio, potremmo dire che è stato uomo di fede incrollabile, che ha creduto sul serio e ha educato a credere sul serio, che ha misurato la qualità della fede dalla coerenza della vita. Per primo si è impegnato a vivere le beatitudini, il distacco, l'umiltà, la gioia del Vangelo anche nella sofferenza. le fatiche dell'episcopato; per primo, quale buon pastore, ha esposto, ha rischiato la vita per amore del gregge e ha desiderato donarla, ha desiderato il martirio. Sappiamo come aveva a cuore il ritrovamento delle spoglie dei martiri, ed è sepolto ora quasi a contatto fisico con loro.
Un noto biografo di Ambrogio, Monsignor Angelo Paredi, scrive tra l'altro:
"Fu sempre un uomo sereno: le realtà umane. per quanto guaste dal male, rimangono sempre buone per lui, sono 'creazione', cioè opera di Dio, il quale è capace di trarre il bene anche dal male". E poi cita una preghiera di Ambrogio: «Guarda, o Signore, la fragilità degli uomini e vedi quelle ferite che tu sei venuto per curare: per quanta compassione tu ne senta, troverai di che averne ancora di più. Stendi le tue mani di medico...». Questa è la morale di Ambrogio e la morale cristiana: una grande comprensione degli uomini e delle loro debolezze; una ragionevole fiducia nelle loro possibilità; una forte spinta verso ideali ben alti e troppe volte, di fatto, irraggiungibili, nella certezza che lo sforzo non è vano; una confidenza assoluta nell'aiuto che il Padre celeste ci ha donato e ci dona; una larga simpatia per tutto quello che è nel mondo della natura e della scienza e della politica e della fede e dell'arte, perché il regno di Dio venga, perché Dio sia tutto in tutto" (Angelo Paredi, S. Ambrogio e la sua età, Hoepli 1994,457-458).
La fede incrollabile di Ambrogio, la sua profonda umanità, il suo spirito di comprensione erano attorno al centro, che è l'amore appassionato a Gesù e che l'ha portato a vivere una spiritualità cristocentrica, quindi trinitaria ed ecclesiale: "Dov'è la Chiesa, là non c'è morte, ma vita eterna". La Chiesa era per lui la Chiesa degli Apostoli, e dei loro successori, la nostra Chiesa, quella che il Sinodo ci propone come Chiesa degli Apostoli.
L'eminente personalità di Ambrogio esercitò una grande influenza nella società ecclesiastica e politica del suo tempo. Oltre a mostrare sempre i valori più alti ed eterni, avvicinò la gente alla parola di Dio nella Scrittura. La Scrittura aveva un posto centrale nel suo insegnamento così come l'aveva nella predicazione degli Apostoli; egli si sforzava affinché il suo uditorio comprendesse la tensione, il tormento di quella Parola che fa diventare noi stessi parola di Dio per il mondo.
Sono dunque tanti i messaggi per voi, ordinandi diaconi, e sono tanti per la Chiesa di Milano chiamata a essere Chiesa degli Apostoli, Chiesa di santi, Chiesa fondata sugli Apostoli e sui loro successori, su Ambrogio e sui Vescovi più vicini a noi: Carlo Borromeo. Andrea Ferrari, Ildefonso Schuster, Giovanni Battista Montini, Giovanni Colombo. Ecco la nostra Chiesa che il Sinodo ha voluto farci rivivere, riattualizzare rivivendo il modo di vedere e di pensare della prima Chiesa degli Apostoli, il suo amore per il Signore Gesù, la sua fedele obbedienza al Padre, la sua docilità allo Spirito, la sua attenzione alla Parola, la sua carità per i fratelli, il suo slancio missionario. È ciò che leggo nelle ponderose pagine del Sinodo, per ridurle alla loro sostanza.
Si tratta di vivere, pur immersi in una società complessa, confusa. in parte secolarizzata, lo spirito delle beatitudini e del Discorso della montagna; di mostrare che è possibile, anche in tempi difficili e oscuri, costruire comunità cristiane autentiche.
E voi, carissimi ordinandi, siete chiamati come costruttori, collaboratori nella costruzione di questa comunità che vuole essere quella delineata dal nostro padre Ambrogio, cioè comunità che prega, che canta, che sa cantare bene; che celebra i misteri della salvezza mettendo al centro Parola ed Eucaristia; che si dedica alla catechesi; che testimonia la carità in particolare verso i poveri e i più bisognosi; che è aperta a tutti perché il Padre che è nei cieli è Padre di tutti e tutti chiama a salvezza.
Voi vi mettete a servizio di questa nostra Chiesa ambrosiana, per renderne il volto più splendente e luminoso, nella consapevolezza che, grazie al diaconato, siete posti in relazione profonda e definitiva con Gesù, diventate servi tori di Gesù Cristo. Beati voi che avete compreso tutto ciò! Siano ringraziati e resi felici dal Signore i vostri cari che vi hanno accompagnato fino ad oggi e vi sono vicini.
Sentiamo rivolte a ciascuno degli ordinandi, a ciascuno di noi, a tutta la Chiesa di Milano, le parole che Ambrogio fa dire alla Chiesa dallo stesso Gesù:

"Tu sei il mio sigillo,
creata a mia immagine e somiglianza.
Risplende in te
l'immagine della giustizia,
l'immagine della sapienza e della virtù.

Nel tuo cuore è impressa
l'immagine di Dio:
rifulga anche nelle tue opere,
le tue azioni rivelino l'effigie del vangelo,
perché la tua condotta custodisce le mie parole.

L'impronta del vangelo brillerà in te
se porgerai l'altra guancia a chi ti percuote,
se amerai il tuo nemico,
se prenderai la tua croce e mi seguirai".


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8.11.1997 (torna su)

"LA SOBRIA EBBREZZA DELLO SPIRITO"

Siamo riuniti in questo Duomo per un evento di cui è anzitutto protagonista lo Spirito santo. Tra poco, infatti, per l'imposizione delle mie mani, la grazia dello Spirito santo scenderà su quattro nuovi ordinandi Diaconi permanenti. Si aggiungeranno agli altri 19 fratelli che già sono impegnati nel servizio diaconale alla nostra Chiesa locale.
Saluto dunque con vivo affetto gli ordinandi - Carlo, Gaetano Fermo, Osvaldo, Giuseppe Umberto - esprimendo a loro e alle loro famiglie sentimenti di gratitudine: hanno risposto alla chiamata del Signore con prontezza, con fiducia, con coraggio.
E saluto anche tutti gli altri presenti: i numerosi presbiteri, la gente delle parrocchie, parenti e amici degli ordinandi; i sacerdoti responsabili della formazione e, soprattutto, dell'ultimo cammino triennale compiuto dai diaconi per arrivare a questo grande giorno.
Il Diaconato permanente emerge fin dai primi tempi della Chiesa e l'apostolo Paolo, in alcune sue lettere, illustra le virtù e le qualità necessarie per assumere tale ministero. In un Documento della Chiesa antica il Diacono è definito come "l'orecchio, la bocca, il cuore, l'anima del Vescovo"; quindi uno stretto collaboratore del Vescovo.
Pur se, con il passare dei secoli, questa forma del Diaconato permanente scomparve quasi del tutto nella Chiesa occidentale, il Concilio di Trento prima e poi il Vaticano II, auspicarono che venisse restituita, avvertendo che mancava qualcosa alla perfezione e pienezza dei ministeri. Fu papa Paolo VI - di cui stiamo celebrando il centenario della nascita e che è stato nostro Arcivescovo Giovanni Battista Montini -ad adoperarsi efficacemente per ripristinarlo. Con le Lettere apostoliche Sacrum diaconatus Ordinem (del 1967) e Ministeria quaedam (del 1972) promulgò le norme canoni che intorno al Diaconato permanente.
Noi siamo oggi raccolti per un evento che si richiama ai desiderata del Vaticano II, ma anche ai Diaconi del tempo di Ambrogio e alla Chiesa delle origini. Gli ordinandi ripetono il gesto e l'offerta dei primi sette diaconi di cui parla la prima lettura della Messa, e il mistero di donazione di quei santi Diaconi che la liturgia ci fa ricordare - Lorenzo, Efrem martire e dottore della Chiesa, Sisinio, Vincenzo, Arialdo -.
Ripercorriamo brevemente i testi biblici nell'intento di comprendere più profondamente il dono elargito alla Chiesa attraverso il "sì" dei quattro ordinandi e l'imposizione delle mani.

Servitori di Dio e della Chiesa per sempre
II brano tratto dal libro degli Atti degli Apostoli (6.2-12; 7,55-60), riporta anzitutto l'episodio dei Dodici che scelgono sette uomini "pieni di Spirito santo e di saggezza" per affiancarli al loro ministero; e dopo avere pregato, impongono le mani. È un gesto epocale della Chiesa primitiva. Fino a quel momento i Dodici avevano pensato, al massimo, di conservare intatto il loro numero, senza preoccuparsi dell'avvenire. Forse immaginavano prossima la fine dei tempi; a un certo punto, tuttavia, cominciano ad avvertire il bisogno di un aiuto, di un allargamento, di una collaborazione nel ministero. Nasce così l'espandersi della Chiesa ministeriale e su tale collaborazione tra i Dodici e i Sette sarà fondato tutto il ministero successivo.
Mi piace in proposito citare il nostro Sinodo 47° diocesano al n. 517: "I rapporti dei diaconi con i presbiteri delle parrocchie e con il presbiterio decanale e diocesano siano improntati alla stima per il comune dono dello Spirito ricevuto nell'Ordinazione e a una collaborazione convinta e docile, paziente e costruttiva".
Stima, collaborazione, comunione sono significate qui dalla presenza di numerosi presbiteri che attorniano il Vescovo nel gesto consacratorio.
Il racconto degli Atti si concentra poi sulla figura di Stefano, sulla sua predicazione coraggiosa, sul suo martirio, sulla sua capacità di morire perdonando e affidandosi a Dio, identificandosi con Gesù sulla croce.
Questa è la "carriera" del Diacono: testimone di Gesù nella vita e pure nei momenti difficili dell'esistenza, fino alla morte; testimonianza totale, piena, definitiva. In altre parole, i Diaconi sono servitori di Dio e della Chiesa fino all'ultimo giorno della loro vita.

La fede vera
Il breve brano del vangelo secondo Luca (17.5-10) è come un sunto della vera fede e del vero servizio. Comprende due piccole parabole e alcune forti invocazioni. di cui sottolineo: "Aumenta la nostra fede!". È l'invocazione che facciamo nostra mentre ci prepariamo a imporre le mani. Essa non deve tuttavia celare la pretesa di chissà quale risposta clamorosa e visibile: Gesù ci assicura che basta aver fede come un esile granellino di senapa per sradicare e trapiantare nel mare un robusto e grosso gelso!
La fede è principio di vita, di forza, di salvezza e di speranza; è disponibilità totale, abbandono fiducioso al Padre, impegno senza calcolo. È la fede del servo della seconda parabola; il servo che sta lavorando sotto un sole cocente, viene chiamato dal padrone non per riposarsi dalla fatica, ma per svolgere un altro incarico.
I nostri fratelli ordinandi Diaconi erano già attivi in impegni importanti della vita; avendo però avvertito la chiamata del Signore, hanno accettato un incarico in più, una fatica, un onere più grande nella Chiesa, che li rende partecipi del servizio stesso di Gesù, membri a pieno titolo del presbiterio diocesano.
La bellezza e la grandezza del diaconato permanente è di vivere un servizio alla Chiesa locale, che nasce dalla vera fede in Dio, dal bisogno di rispondere gratuitamente alla sua gratuita iniziativa di amore, dal bisogno di ridistribuire i doni ricevuti dal Signore, di compiere la Redditio dei doni giunti a noi attraverso la Traditio, la tradizione vivente della Chiesa.

La fede si traduce nell'amore dono dello Spirito
La seconda lettura della Messa (1Cor 12,28-13.8.13) è splendidamente commentata dalle parole di Teresa di Gesù Bambino - nuovo dottore della Chiesa -, che voi avete riportato nel cartoncino dell'Ordinazione.
Meditando i capitoli 12 e 13 della Prima Lettera ai Corinti, Teresa dice: "Capii che l'amore fa agire le membra della Chiesa... che l'amore racchiude tutte le vocazioni, è tutto, abbraccia tutti i tempi e tutti i luoghi, perché è eterno!". E aggiunge: "Non ho altro mezzo per provarti il mio amore, o Gesù, che gettare fiori, cioè non lasciar sfuggire nessun piccolo sacrificio, nessuno sguardo, nessuna parola, approfittare di tutte le cose più piccole e farle per amore".
Questo è il vostro proposito, carissimi ordinandi. La fede si traduce nell'amore e l'amore si esprime nelle cose semplici, nei servizi umili, nella vita quotidiana. L'amore è il motore di ogni azione, di ogni gesto, di ogni parola.
Lo Spirito santo, che tra poco riceverete, vi darà in abbondanza il dono dell'amore, la sapienza dell'amore e della croce, il dono della fortezza e della pietà, il dono di una speranza ardente. E lo Spirito santo opererà anche, in quelli tra voi che sono sposati, un'armonica sintesi tra vocazione diaconale e vocazione familiare, tanto raccomandata dal Testo del Sinodo 47°, n. 516 §2, dove si parla appunto dei Diaconi permanenti coniugati.

Diaconi nell'anno dedicato allo Spirito santo
Voi diventate Diaconi nell'anno dedicato al tema dello Spirito santo quale preparazione al Grande Giubileo: diventate Diaconi nell'anno della mia Lettera pastorale Tre racconti dello Spirito. Vi chiedo perciò di aiutare le comunità parrocchiali a meditare questa lettera e a verificarsi sui doni del Consolatore, a realizzare i dieci punti del decalogo.
Vi auguro dunque con tutto il cuore, sia nella liturgia che stiamo celebrando sia nell'esercizio del vostro ministero, di sperimentare la sobria ebbrezza dello Spirito con cui - scrive il Papa nell'Operosam Diem - "Ambrogio sintetizza la sua concezione della vita spirituale. Con l'espressione 'sobria ebbrezza dello Spirito', egli ci fa comprendere che essa è ebbrezza, gaudio, pienezza di comunione con Cristo; ci insegna altresì che non si traduce in un'esaltazione scomposta ed entusiasta, ma esige piuttosto una sobrietà operosa; ricorda soprattutto che essa è dono dello Spirito di Dio. Coloro che attingono diligentemente alle Scritture, ricevono questa ebbrezza che 'rinsalda i passi di una mente sobria' e che 'irriga il terreno della vita eterna che ci è stato donato' " (n. 28). E voi, carissimi ordinandi, siete tra coloro che attingono quotidianamente alle Scritture.
Che sia così il vostro ministero e che, in collaborazione armonica con tutti gli altri ministeri (Vescovo, presbiteri, ministeri laicali), contribuisca fortemente al futuro della nostra Chiesa locale. Io confido molto nel futuro della nostra Chiesa dalla moltiplicazione del ministero diaconale in mezzo al popolo di Dio. La presenza capillare vostra e di altri Diaconi permanenti che si impegneranno a vivere in mezzo alla gente farà di noi una Chiesa sempre più mossa e guidata dallo Spirito del Risorto, una Chiesa capace di promuovere un discernimento realistico sulle condizioni positive e negative della fede oggi. Preghiamo con intensità affinché scenda su voi e su tutti noi la pienezza del dono dello Spirito.


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3.10.1999 (torna su)

ICONE VIVENTI DI CRISTO SERVO

Gioia e gratitudine
Ricordo ancora con emozione il 20 ottobre 1990 quando, nella vigilia della festa della Dedicazione della Cattedrale, ho ordinato in Duomo - per la prima volta nella storia della Chiesa ambrosiana di questo millennio - cinque diaconi permanenti.
Da allora quel piccolo gruppo si è accresciuto e oggi abbiamo l'immensa gioia di consacrare altri cinque fratelli arrivando così al numero di 28 diaconi permanenti. E vorrei esprimere sentimenti di viva gratitudine ai miei collaboratori - tutti coloro che sono stati e sono responsabili oggi del cammino di preparazione al diaconato permanente - che fin dall'inizio hanno creduto in questo ministero e hanno elaborato un itinerario di discernimento e di formazione foriero di ottimi frutti. Grazie a loro tali frutti crescono a servizio e gioia della nostra Chiesa.
Abbiamo l'immensa gioia di celebrare questa Eucaristia nella splendida Basilica di S. Ambrogio: l'antichissima istituzione del diaconato permanente era ancora presente nel suo tempo e Ambrogio aveva grande fiducia nella testimonianza di vita e nel servizio dei diaconi che chiamava «custodi del santuario», in riferimento probabilmente al passo del libro dei Numeri che è stato scelto come I lettura della Messa, dove è descritto il servizio dei leviti.
Sappiamo che fu il concilio Vaticano II ad auspicare che questo ministero fosse ripristinato quale proprio e permanente grado della gerarchia. e Paolo VI lo restaurò ufficialmente nel 1972. Attualmente, nella nostra diocesi, il diaconato permanente è una realtà viva, operante, preziosa.
Vi saluto dunque con affetto e riconoscenza, carissimi Giancarlo, Giovanni, Giuseppe, Olimpio e Renato; il «sì» che proclamerete ci colma di consolazione, colma di consolazione il Vescovo di cui diventate stretti collaboratori, il presbiterio e tutto il popolo di Dio. Tra poco, per l'imposizione delle mie mani, lo Spirito santo scenderà su di voi per mettervi in una nuova, profonda e definitiva relazione con Gesù, per abilitarvi a essere ministri ordinati della Parola, dell'altare, della carità, per rendervi capaci di partecipare all'amore di Gesù per la sua Chiesa. Cristo infatti ha dato se stesso per la Chiesa e continua ad amarla, a nutrirla, a curarla, a provvedere di tempo in tempo alle sue necessità. L'evento che stiamo celebrando è, appunto, un'espressione dei tanti modi con cui il Signore provvede alle necessità della nostra Chiesa ambrosiana.
Voi siete una grazia per il futuro, una grazia per il III millennio in quanto, con la vostra diaconia e crescendo - come spero - ancora di numero, sarete un sostegno importante per la figura sacramentale della Chiesa. Proprio in questi giorni, a Roma, i Vescovi europei riuniti in sinodo, si stanno interrogando sui segni di speranza delle Chiese in Europa: certamente voi siete uno di questi segni!
Saluto con affetto e gratitudine i vostri familiari, consenzienti al passo che state per compiere, che vi hanno accompagnato nel cammino e vi aiuteranno nel nuovo servizio; saluto i diaconi permanenti già ordinati: i presbiteri, in particolare i presbiteri che vi hanno guidato negli studi e nella formazione; saluto con affetto le vostre comunità parrocchiali e tutti i fedeli presenti.
È significativo che questa ordinazione avvenga nell'anno pastorale, da poco iniziato, che celebrerà, con il prossimo Giubileo, il bimillenario della nascita di Cristo, della incarnazione del Figlio di Dio. Con il vostro dono, carissimi candidati, voi ci ricordate che Gesù, Figlio del Padre, è venuto nel mondo non per essere servito, ma per servire e salvare l'umanità con la sua morte e la sua glorificazione. Con il vostro gesto voi ci aiutate a varcare la soglia del nuovo millennio rendendo lode e grazie al Padre per le meraviglie che ha operato e opera chiamando tutti gli uomini e le donne della terra a essere suoi figli.
Tenendo presente la parola di Gesù, che avete trascritto sul cartoncino di ordinazione - «Come ho fatto io, cosi fate anche voi» -, vogliamo riflettere brevemente sulla pagina del Vangelo secondo Giovanni e sulla II lettura, tratta dalla Lettera di Paolo ai Romani.

Segni viventi di cristo servo
Il racconto della lavanda dei piedi (Gv 13,1-17) è ricchissimo di simboli, e ricordo che l'abbiamo meditato a lungo anche negli Esercizi spirituali tenuti nel 1986 in occasione della riapertura del Duomo e del centenario della prima pietra.
Nel nostro contesto vorrei anzitutto osservare che il brano di Giovanni evoca una parola detta da Gesù nel Vangelo di Luca durante l'ultima cena: «Io sono in mezzo a voi come uno che serve» (22,27). Lavando i piedi ai discepoli, Gesù ci dà la chiave di tutta la sua vita e della sua morte, da lui intese come un servizio fraterno per il mondo intero.
Con questo gesto umile Gesù esprime il suo «assumere la forma di servo» come un mettersi a nostra totale disposizione; rivela l'umiltà del suo servizio di amore, rivela l'umanità, la verità, la tenerezza del suo cuore, la spontaneità del suo donarsi nelle nostre mani tino in fondo, in obbedienza al Padre. Possiamo dire che rivela la bellezza della Croce. È un gesto, quello della lavanda dei piedi, che non ricorda solo ciò che Gesù ha fatto, ma ci aiuta a penetrare nel mistero stesso di Dio, ciò che Dio è; Dio si mostra in qualche modo - osiamo appena dirlo -a servizio dell'uomo.
E proprio perché il Figlio «fa sempre ciò che vede fare dal Padre» (Gv 5,19), Gesù esorta i discepoli a fare ciò che lui ha fatto: «Vi ho dato l'esempio perché, come ho fatto io, facciate anche voi... E sarete beati se lo farete!». Tuttavia l'esempio di Gesù non è semplicemente un modello esteriore da imitare; è invece un dono che genera lo stile del servizio dei discepoli.
È questo il dono che oggi lo Spirito santo riversa su di voi, carissimi candidati diaconi, che con l'ordinazione diventate segni viventi di Cristo servitore. Infatti la spiritualità specifica del diacono permanente è quella del servizio; un servizio che non si esplica soltanto nelle opere, nei ministeri a voi affidati, ma che plasma il vostro modo di pensare e di agire, che investe la totalità della vostra esistenza. È a partire dalla vostra prima e fondamentale relazione con Gesù servo che ricevete il dono di seguirlo nella sua diaconia, di conformare la vostra vita a lui agendo come lui ha agito, in obbedienza al Padre.
Pensando all'esame a cui i Vescovi, nel Sinodo europeo, stanno sottoponendo la civiltà dell'Europa odierna, con tutte le sue pecche, i suoi individualismi, il suo consumismo, vorrei sottolineare che la vostra scelta del diaconato permanente, che vi mette a servizio di Gesù e della gente, è davvero controcorrente. In un mondo dove la mediocrità avanza - come scrivo nella mia ultima lettera pastorale sulla Trinità -, in un mondo dove il calcolo egoistico prende il posto della generosità, l'abitudine ripetitiva e vuota rischia di sostituire la fedeltà vissuta come continua novità del cuore e della vita, voi volete donare a tutti gratuitamente ciò che gratuitamente vi è stato dato, volete testimoniare la bellezza di una vita disponibile verso gli altri, di una vita che si dona ai fratelli, sull'esempio di Gesù.
E in questa sequela vi sarà sempre vicina Maria, la «serva del Signore». Lei che a Cana ha detto ai servi: «Fate quello che Gesù vi dirà», vi aiuterà a fare quello che Gesù ha fatto: lei che è stata proclamata beata perché ha creduto al disegno di salvezza del Padre, vi aiuterà a crescere nella dedizione ai fratelli in spirito di umiltà, di mitezza, di coraggio, con serenità e con gioia.

A servizio della chiesa per amore
Abbiamo così anticipato, in certo modo, il messaggio della II lettura da voi scelta. È un testo dell'Epistola di Paolo ai Romani - che inizia con la definizione che l'apostolo da di sé: «servo di Gesù Cristo» - e ricorda che la Chiesa è come un corpo in cui le diverse membra convivono armoniosamente, in cui i diversi doni devono contribuire alla crescita ordinata della comunità (12,4-8).
Voi oggi proclamate che il vostro servizio si declinerà nell'amore ardente per la Chiesa, quale partecipazione dell'amore con cui Gesù la ama; nella sincera volontà di comunione con il Vescovo e i presbiteri della diocesi; nell'impegno di farvi modelli di quel servizio fraterno che è la legge fondamentale della comunità cristiana.
La gente che avvicinerete, le persone che incontrerete nel vostro ministero e anche nel vostro lavoro quotidiano, le comunità a cui sarete inviati, vedranno in voi la carità infinita di Gesù, la sua assoluta disponibilità, vedranno l'amore del Padre che perdona e salva: dovranno percepire nella vostra testimonianza di servizio una gioia sorgiva e attraente.
Una gioia sorgiva e attraente: ecco il mio augurio e la mia preghiera per voi, carissimi ordinandi, e per le vostre famiglie, mentre auspico che il vostro esempio luminoso susciti altre vocazioni al diaconato permanente e, più ampiamente ancora, decisioni forti di donare la vita per il regno di Dio e a salvezza di tutta l'umanità.



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