Triduo pasquale (C)

ANNO C – 28-31 marzo 2013
Triduo pasquale
(sguardo complessivo)
LE ULTIME SETTE
PAROLE DI GESÙ

Nel nostro Paese infiniti sono i "luoghi" della celebrazione della Pasqua. E infiniti i modi. Anche non strettamente liturgici. Tutto questo ci viene spesso imputato come retaggio di antiche superstizioni miste a tradizioni popolari che poco hanno a che vedere con la "vera" tradizione liturgica. C'è qualcosa di vero, indubbiamente. Ma altrettanto vero è anche il bisogno che la "narrazione" della Pasqua, quella che fin dall'alba della fede nella risurrezione di Gesù è stata trasmessa nella certezza che soltanto quella narrazione può salvare, trovi tutti i linguaggi possibili per essere raccontata. Non sempre infatti rituali e rubriche ce la fanno a fare da cassa di risonanza limpida e potente di un annuncio che non tollera il rigor mortis.

Nei secoli della grande musica una forma classica di tradurre i dettami liturgici in altre forme espressive, senza comunque allontanarsi dallo spirito del tempo liturgico, è stata rappresentata dalla composizione e dall'esecuzione di lavori orchestrali o di corali che avevano come tema la riflessione sulle sette ultime parole di Gesù. Una scansione certamente arbitraria aveva fin da epoca medievale organizzato in sequenza le diverse parole sottraendo le ai rispettivi contesti evangelici e le aveva composte insieme in un itinerario di straordinaria suggestione religiosa. Certo, alle singole parole manca lo specifico contesto narrativo e teologico di riferimento. Esse, però, vengono restituite a Gesù come inalienabile memoria di quello che egli durante la sua vita aveva detto, insegnato, testimoniato.

Se venisse a mancare la memoria viva di quelle parole, il gesto dell'ostensione della croce durante la solenne liturgia del venerdì santo non avrebbe senso. Senza il corpo del Nazareno, infatti, la croce si può trasformare in feticcio o in talismano. Con quelle parole in cui risuona l'eco della vita del profeta di Nazaret e giunge a compimento la speranza di un intero popolo, il triduo pasquale diventa il momento per fare memoria non soltanto della morte del giusto messo in croce ingiustamente, ma di tutta la sua vita per dire, come il centurione romano, «davvero quest'uomo era Figlio di Dio!»(Mc 15,39).
Secondo la tradizione religiosa antica, ripresa poi da quella musicale barocca, la prima e l'ultima parola che Gesù pronuncia sono entrambe rivolte al Padre e ci rimandano a quel legame con il Padre che ha rappresentato il fondamento di tutta la sua attività. Come per ogni pio giudeo, anche per lui il Padre è colui che tiene in mano le sorti del mondo, colui che ha tanto amato il mondo e per questo porta a compimento la sua economia di salvezza nei confronti di esso, colui che chiama alla vita tutte le cose. A lui si deve riconoscimento e riconoscenza. Sempre. L'itinerario di Gesù, che assume la sua morte, comincia e finisce con l'invocazione del Padre, l'unico che può perdonare, l'unico che mai smette di essere un padre amorevole.
Il perdono, d'altra parte, è la prima parola con cui Gesù stesso ha annunciato la venuta del regno di Dio ed è la parola che Dio pronuncia come giudizio sul mondo. È la parola che chiude la storia, la redime e la fa entrare nel Regno. Il perdono che Gesù chiede per i suoi aguzzini, come la promessa che fa a un malfattore, uno dei due appesi alla croce accanto a lui, coronano un'intera vita di parole e gesti di misericordia e di indulgenza del rabbi nazareno. L'ultima volta che Gesù si rivolge a un essere umano lo fa non in modo sommesso, ma con solennità - «Amen», «In verità ti dico» - per promettere una misericordia di cui, neppure di fronte a quella scena di sopraffazione, si può dubitare.
Lo Stabat Mater ha potentemente ispirato la tradizione pittorica e quella musicale, come figura di un dolore che non ha eguali. La parola di Gesù tiene però saldamente sotto controllo tutta la scena che, da momento straziante, si trasforma in solenne cerimonia di investitura da cui nasce la comunità discepolare, la comunità della famiglia di coloro che "non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio" (Gv 1, 12s) è stata generata.

Nessuno, infine, ha mai pensato di espungere dal racconto della morte di Gesù il grido scandaloso di colui che ha accettato di bere fino in fondo il calice della fede. A chi crede in Dio non è risparmiata l'esperienza del suo abbandono. Ma la fede non ha paura della disperazione. Chiedere da bere, d'altro canto, non significa tanto che l'arsura della febbre e gli spasmi dell' agonia sono diventati intollerabili, ma rivela il compimento delle Scritture: ancora una volta, nulla di quello che Gesù ha detto e fatto, e, tanto meno, la sua morte, potrebbero essere capiti senza il ricorso alle Scritture, alla storia dell'alleanza che s'è dipanata nelle vicende di un popolo e nelle vite di uomini e donne che hanno creduto all'amore di Dio come promessa di vita e di grazia.
Seguire, nel triduo pasquale, l'itinerario delle ultime sette parole di Gesù sulla croce è un modo "altro" per accompagnare, da soli o in comunità, colui che era passato tra gli uomini facendo del bene e che vien messo a morte richiamando alla memoria tutto ciò che lui ha detto e fatto e che gli è stato ascritto a condanna. E significa interrogarsi se, con quella morte, non è stata uccisa anche ogni speranza.

VITA PASTORALE N. 2/2013
(commento di Marinella Perroni, docente di N.T.)

torna su
torna all'indice
home