Gaudium et spes - Parte II - Capitolo V – Sezione I




Costituzione Pastorale "Gaudium et spes"
sulla Chiesa nel mondo contemporaneo
7 dicembre 1965


Commento mediante il Catechismo della Chiesa Cattolica


PARTE II
ALCUNI PROBLEMI PIÙ URGENTI

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Capitolo V
LA PROMOZIONE DELLA PACE E LA COMUNITÀ DEI POPOLI

Sezione I
NECESSITÀ DI EVITARE LA GUERRA


Il dovere di mitigare l'inumanità della guerra (n. 79)
     [79a] La guerra continua a produrre le sue devastazioni
     [79b] Azioni riprovevoli e non giustificabili
     [79c] Esistenza di varie convenzioni internazionali
     [79d] Necessità di una autorità internazionale
     [79e] I militari come servitori della sicurezza se concorrono alla pace

La guerra totale La natura della pace (n. 80)
     [80a] Esistenza di mezzi di distruzione totale
     [80b] Rendere severo conto degli atti di guerra
     [80c] Ogni atto di distruzione di intere regioni è delitto contro Dio
     [80d] Rischi di chi possiede armi di distruzione

La corsa agli armamenti (n. 81)
     [81a] Ammassamento di armi di dissuasione
     [81b] La corsa agli armamenti non è una via sicura per la pace
     [81c] La corsa agli armamenti è una delle piaghe più gravi dell'umanità
     [81d] Lo sforzo di liberarci dall'antica schiavitù della guerra

La condanna assoluta della guerra e l'azione internazionale per evitarla (n. 82)
     [82a] Sforzo costante per preparare il tempo per interdire il ricorso alla guerra
     [82b] Ricerca dei mezzi più idonei a procurare la sicurezza comune
     [82c] La buona volontà di tanti che si impegnano per eliminare la guerra
     [82d] Il problema della pace e del disarmo non solo problema di alcuni
     [82e] Rinnovata educazione degli animi alla pace
     [82f] Non lasciarsi ingannare da false speranze
     [82g] L'azione della Chiesa nel nutrire la speranza della pace




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Capitolo V

La promozione della pace e la comunità dei popoli

 

Sezione I

Necessità di evitare la guerra

 


 

n. 79 - Il dovere di mitigare l'inumanità della guerra

 


La guerra continua a produrre le sue devastazioni

 

[GS.79a] Sebbene le recenti guerre abbiano portato al nostro mondo gravissimi danni sia materiali che morali, ancora ogni giorno in qualche punto della terra la guerra continua a produrre le sue devastazioni. Anzi dal momento che in essa si fa uso di armi scientifiche di ogni genere, la sua atrocità minaccia di condurre i combattenti ad una barbarie di gran lunga superiore a quella dei tempi passati. La complessità inoltre delle odierne situazioni e la intricata rete delle relazioni internazionali fanno sì che vengano portate in lungo, con nuovi metodi insidiosi e sovversivi, guerre più o meno larvate. In molti casi il ricorso ai sistemi del terrorismo è considerato anch'esso una nuova forma di guerra.
(CCC 2307) Il quinto comandamento proibisce la distruzione volontaria della vita umana. A causa dei mali e delle ingiustizie che ogni guerra provoca, la Chiesa con insistenza esorta tutti a pregare e ad operare perché la bontà divina ci liberi dall'antica schiavitù della guerra [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 81]. (CCC 2308) Tutti i cittadini e tutti i governanti sono tenuti ad adoperarsi per evitare le guerre. "Fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un'autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa" [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 81].

 


Azioni riprovevoli e non giustificabili

 

[GS.79b] Davanti a questo stato di degradazione dell'umanità, il Concilio intende innanzi tutto richiamare alla mente il valore immutabile del diritto naturale delle genti e dei suoi principi universali. La stessa coscienza del genere umano proclama quei principi con sempre maggiore fermezza e vigore. Le azioni pertanto che deliberatamente si oppongono a quei principi e gli ordini che comandano tali azioni sono crimini, né l'ubbidienza cieca può scusare coloro che li eseguono. Tra queste azioni vanno innanzi tutto annoverati i metodi sistematici di sterminio di un intero popolo, di una nazione o di una minoranza etnica; orrendo delitto che va condannato con estremo rigore. Deve invece essere sostenuto il coraggio di coloro che non temono di opporsi apertamente a quelli che ordinano tali misfatti.
(CDS 497) Il Magistero condanna «l'enormità della guerra» (1032) e chiede che sia considerata con un approccio completamente nuovo (1033): infatti, «riesce quasi impossibile pensare che nell'era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia» (1034). La guerra è un «flagello» (1035) e non rappresenta mai un mezzo idoneo per risolvere i problemi che sorgono tra le Nazioni: «Non lo è mai stato e mai lo sarà» (1036), perché genera conflitti nuovi e più complessi (1037). Quando scoppia, la guerra diventa una «inutile strage» (1038), una «avventura senza ritorno» (1039), che compromette il presente e mette a rischio il futuro dell'umanità: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra» (1040). I danni causati da un conflitto armato non sono solamente materiali, ma anche morali (1041). La guerra è, in definitiva, «il fallimento di ogni autentico umanesimo» (1042), «è sempre una sconfitta dell'umanità» (1043): «non più gli uni contro gli altri, non più, mai! ... non più la guerra, non più la guerra!» (1044).

(1032) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 77: AAS 58 (1966) 1100; cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 2307-2317.
(1033) Cfr. Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 80: AAS 58 (1966) 1103-1104.
(1034) Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris: AAS 55 (1963) 291.
(1035) Leone XIII, Allocuzione al Collegio dei Cardinali, Acta Leonis XIII, 19 (1899) 270-272.
(1036) Giovanni Paolo II, Incontro con gli Officiali del Vicariato di Roma (17 gennaio 1991): Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIV, 1 (1991) 132; cfr. Id., Discorso ai Vescovi di Rito Latino della Regione Araba (1º ottobre 1990), 4: AAS 83 (1991) 475), perché genera conflitti nuovi e più complessi (Cfr. Paolo VI, Discorso ai Cardinali (24 giugno 1965): AAS 57 (1965) 643-644.
(1037) (Cfr. Paolo VI, Discorso ai Cardinali (24 giugno 1965): AAS 57 (1965) 643-644).
(1038) Benedetto XV, Appello ai Capi dei popoli belligeranti (1º agosto 1917): AAS 9 (1917) 423.
(1039) Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace durante l'Udienza Generale (16 gennaio 1991): Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIV, 1 (1991) 121.
(1040) Pio XII, Radiomessaggio (24 agosto 1939): AAS 31 (1939) 334; Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1993, 4: AAS 85 (1993) 433-434; cfr. Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris: AAS 55 (1963) 288.
(1041) Cfr. Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 79: AAS 58 (1966) 1102-1103.
(1042) Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1999, 11: AAS 91 (1999) 385.
(1043) Giovanni Paolo II, Discorso al Corpo Diplomatico (13 gennaio 2003), 4: AAS 95 (2003) 323.
(1044) Paolo VI, Discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (4 ottobre 1965), 5: AAS 57 (1965) 881.

(CDS 498) La ricerca di soluzioni alternative alla guerra per risolvere i conflitti internazionali ha assunto oggi un carattere di drammatica urgenza, poiché «la potenza terrificante dei mezzi di distruzione, accessibili perfino alle medie e piccole potenze, e la sempre più stretta connessione, esistente tra i popoli di tutta la terra, rendono assai arduo o praticamente impossibile limitare le conseguenze di un conflitto (Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 51: AAS 83 (1991) 857). È quindi essenziale la ricerca delle cause che originano un conflitto bellico, anzitutto quelle collegate a situazioni strutturali di ingiustizia, di miseria, di sfruttamento, sulle quali bisogna intervenire con lo scopo di rimuoverle: «Per questo, l'altro nome della pace è lo sviluppo. Come esiste la responsabilità collettiva di evitare la guerra, così esiste la responsabilità collettiva di promuovere lo sviluppo» (Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 52: AAS 83 (1991) 858).

(Commento CDS dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa)

 


Esistenza di varie convenzioni internazionali

 

[GS.79c] Esistono, in materia di guerra, varie convenzioni internazionali, che un gran numero di nazioni ha sottoscritto per rendere meno inumane le azioni militari e le loro conseguenze. Tali sono le convenzioni relative alla sorte dei militari feriti o prigionieri e molti impegni del genere. Tutte queste convenzioni dovranno essere osservate; anzi le pubbliche autorità e gli esperti in materia dovranno fare ogni sforzo, per quanto è loro possibile, affinché siano perfezionate, in modo da renderle capaci di porre un freno più adatto ed efficace alle atrocità della guerra. Sembra inoltre conforme ad equità che le leggi provvedano umanamente al caso di coloro che, per motivi di coscienza, ricusano l'uso delle armi, mentre tuttavia accettano qualche altra forma di servizio della comunità umana.
(CDS 497) Il Magistero condanna «l'enormità della guerra» (1032) e chiede che sia considerata con un approccio completamente nuovo (1033): infatti, «riesce quasi impossibile pensare che nell'era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia» (1034). La guerra è un «flagello» (1035) e non rappresenta mai un mezzo idoneo per risolvere i problemi che sorgono tra le Nazioni: «Non lo è mai stato e mai lo sarà» (1036), perché genera conflitti nuovi e più complessi (1037). Quando scoppia, la guerra diventa una «inutile strage» (1038), una «avventura senza ritorno» (1039), che compromette il presente e mette a rischio il futuro dell'umanità: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra» (1040). I danni causati da un conflitto armato non sono solamente materiali, ma anche morali (1041). La guerra è, in definitiva, «il fallimento di ogni autentico umanesimo» (1042), «è sempre una sconfitta dell'umanità» (1043): «non più gli uni contro gli altri, non più, mai! ... non più la guerra, non più la guerra!» (1044).

(1032) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 77: AAS 58 (1966) 1100; cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 2307-2317.
(1033) Cfr. Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 80: AAS 58 (1966) 1103-1104.
(1034) Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris: AAS 55 (1963) 291.
(1035) Leone XIII, Allocuzione al Collegio dei Cardinali, Acta Leonis XIII, 19 (1899) 270-272.
(1036) Giovanni Paolo II, Incontro con gli Officiali del Vicariato di Roma (17 gennaio 1991): Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIV, 1 (1991) 132; cfr. Id., Discorso ai Vescovi di Rito Latino della Regione Araba (1º ottobre 1990), 4: AAS 83 (1991) 475), perché genera conflitti nuovi e più complessi (Cfr. Paolo VI, Discorso ai Cardinali (24 giugno 1965): AAS 57 (1965) 643-644.
(1037) (Cfr. Paolo VI, Discorso ai Cardinali (24 giugno 1965): AAS 57 (1965) 643-644).
(1038) Benedetto XV, Appello ai Capi dei popoli belligeranti (1º agosto 1917): AAS 9 (1917) 423.
(1039) Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace durante l'Udienza Generale (16 gennaio 1991): Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIV, 1 (1991) 121.
(1040) Pio XII, Radiomessaggio (24 agosto 1939): AAS 31 (1939) 334; Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1993, 4: AAS 85 (1993) 433-434; cfr. Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris: AAS 55 (1963) 288.
(1041) Cfr. Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 79: AAS 58 (1966) 1102-1103.
(1042) Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1999, 11: AAS 91 (1999) 385.
(1043) Giovanni Paolo II, Discorso al Corpo Diplomatico (13 gennaio 2003), 4: AAS 95 (2003) 323.
(1044) Paolo VI, Discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (4 ottobre 1965), 5: AAS 57 (1965) 881.

(CDS 498) La ricerca di soluzioni alternative alla guerra per risolvere i conflitti internazionali ha assunto oggi un carattere di drammatica urgenza, poiché «la potenza terrificante dei mezzi di distruzione, accessibili perfino alle medie e piccole potenze, e la sempre più stretta connessione, esistente tra i popoli di tutta la terra, rendono assai arduo o praticamente impossibile limitare le conseguenze di un conflitto (Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 51: AAS 83 (1991) 857). È quindi essenziale la ricerca delle cause che originano un conflitto bellico, anzitutto quelle collegate a situazioni strutturali di ingiustizia, di miseria, di sfruttamento, sulle quali bisogna intervenire con lo scopo di rimuoverle: «Per questo, l'altro nome della pace è lo sviluppo. Come esiste la responsabilità collettiva di evitare la guerra, così esiste la responsabilità collettiva di promuovere lo sviluppo» (Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 52: AAS 83 (1991) 858).

(Commento CDS dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa)

 


Necessità di una autorità internazionale

 

[GS.79d] La guerra non è purtroppo estirpata dalla umana condizione. E fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un'autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa. I capi di Stato e coloro che condividono la responsabilità della cosa pubblica hanno dunque il dovere di tutelare la salvezza dei popoli che sono stati loro affidati, trattando con grave senso di responsabilità cose di così grande importanza. Ma una cosa è servirsi delle armi per difendere i giusti diritti dei popoli, ed altra cosa voler imporre il proprio dominio su altre nazioni. La potenza delle armi non rende legittimo ogni suo uso militare o politico. Né per il fatto che una guerra è ormai disgraziatamente scoppiata, diventa per questo lecita ogni cosa tra le parti in conflitto.
(CDS 499) Gli Stati non sempre dispongono degli strumenti adeguati per provvedere efficacemente alla propria difesa: da qui la necessità e l'importanza delle Organizzazioni internazionali e regionali, che devono essere in grado di collaborare per far fronte ai conflitti e favorire la pace, instaurando relazioni di fiducia reciproca capaci di rendere impensabile il ricorso alla guerra (Cfr. Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris: AAS 55 (1963) 288-289): «È lecito... sperare che gli uomini, incontrandosi e negoziando, abbiano a scoprire meglio i vincoli che li legano, provenienti dalla loro comune umanità, e abbiano pure a scoprire che una fra le più profonde esigenze della loro comune umanità è che tra essi e tra i rispettivi popoli regni non il timore, ma l'amore: il quale tende ad esprimersi nella collaborazione leale, multiforme, apportatrice di molti beni» (Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris: AAS 55 (1963) 291).

(Commento CDS dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa)

 


I militari come servitori della sicurezza se concorrono alla pace

 

[GS.79e] Coloro poi che al servizio della patria esercitano la loro professione nelle file dell'esercito, si considerino anch'essi come servitori della sicurezza e della libertà dei loro popoli; se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono anch'essi veramente alla stabilità della pace.
(CCC 2310) I pubblici poteri, in questo caso, hanno il diritto e il dovere di imporre ai cittadini gli obblighi necessari alla difesa nazionale. Coloro che si dedicano al servizio della patria nella vita militare sono servitori della sicurezza e della libertà dei popoli. Se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono veramente al bene comune della nazione e al mantenimento della pace [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 79]. (CCC 2311) I pubblici poteri provvederanno equamente al caso di coloro che, per motivi di coscienza, ricusano l'uso delle armi; essi sono nondimeno tenuti a prestare qualche altra forma di servizio alla comunità umana [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 79.

 

n. 80 - La guerra totale

 


Esistenza di mezzi di distruzione totale

 

[GS.80a] Il progresso delle armi scientifiche ha enormemente accresciuto l'orrore e l'atrocità della guerra. Le azioni militari, infatti, se condotte con questi mezzi, possono produrre distruzioni immani e indiscriminate, che superano pertanto di gran lunga i limiti di una legittima difesa. Anzi, se mezzi di tal genere, quali ormai si trovano negli arsenali delle grandi potenze, venissero pienamente utilizzati, si avrebbe la reciproca e pressoché totale distruzione delle parti contendenti, senza considerare le molte devastazioni che ne deriverebbero nel resto del mondo e gli effetti letali che sono la conseguenza dell'uso di queste armi.
(CCC 2315) L'accumulo delle armi sembra a molti un modo paradossale di dissuadere dalla guerra eventuali avversari. Costoro vedono in esso il più efficace dei mezzi atti ad assicurare la pace tra le nazioni. Riguardo a tale mezzo di dissuasione vanno fatte severe riserve morali. La corsa agli armamenti non assicura la pace. Lungi dall'eliminare le cause di guerra, rischia di aggravarle. L'impiego di ricchezze enormi nella preparazione di armi sempre nuove impedisce di soccorrere le popolazioni indigenti; [Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 53] ostacola lo sviluppo dei popoli. L'armarsi ad oltranza moltiplica le cause dei conflitti ed aumenta il rischio del loro propagarsi.(CCC 2316) La produzione e il commercio delle armi toccano il bene comune delle nazioni e della comunità internazionale. Le autorità pubbliche hanno pertanto il diritto e il dovere di regolamentarli. La ricerca di interessi privati o collettivi a breve termine non può legittimare imprese che fomentano la violenza e i conflitti tra le nazioni e che compromettono l'ordine giuridico internazionale.

 


Rendere severo conto degli atti di guerra

 

[GS.80b] Tutte queste cose ci obbligano a considerare l'argomento della guerra con mentalità completamente nuova (167). Sappiano gli uomini di questa età che dovranno rendere severo conto dei loro atti di guerra, perché il corso dei tempi futuri dipenderà in gran parte dalle loro decisioni di oggi.

(167) Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl. Pacem in terris, 11 apr. 1963: AAS 55 (1963), pp. 291: "Perciò in questa nostra età, che si vanta della forza atomica, è contrario alla ragione essere sempre predisposti alla guerra per ricuperare i diritti violati".
(CCC 2327) Si deve fare tutto ciò che è ragionevolmente possibile per evitare la guerra, dati i mali e le ingiustizie di cui è causa. La Chiesa prega: "Dalla fame, dalla peste e dalla guerra liberaci, Signore". (CCC 2328) La Chiesa e la ragione umana dichiarano la permanente validità della legge morale durante i conflitti armati. Le pratiche contrarie al diritto delle genti e ai suoi principi universali, deliberatamente messe in atto, sono dei crimini. (CCC 2329) "La corsa agli armamenti è una delle piaghe più gravi dell'umanità e danneggia in modo intollerabile i poveri" [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 81]. (CDS 500) Una guerra di aggressione è intrinsecamente immorale. Nel tragico caso in cui essa si scateni, i responsabili di uno Stato aggredito hanno il diritto e il dovere di organizzare la difesa anche usando la forza delle armi (Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 2265). L'uso della forza, per essere lecito, deve rispondere ad alcune rigorose condizioni: «che il danno causato dall'aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo; - che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci; - che ci siano fondate condizioni di successo; - che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione. Questi sono gli elementi tradizionali elencati nella dottrina detta della "guerra giusta". La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2309). Se tale responsabilità giustifica il possesso di mezzi sufficienti per esercitare il diritto alla difesa, resta per gli Stati l'obbligo di fare tutto il possibile per «garantire le condizioni della pace non soltanto sul proprio territorio, ma in tutto il mondo» (Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Il commercio internazionale delle armi (1º maggio 1994), I, 6, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1994, p. 12). Non bisogna dimenticare che «altro è ricorrere alle armi perché i popoli siano legittimamente difesi, altro voler soggiogare altre nazioni. Né la potenza bellica rende legittimo ogni suo impiego militare o politico. Né diventa tutto lecito tra i belligeranti quando la guerra è ormai disgraziatamente scoppiata» (Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 79: AAS 58 (1966) 1103).

(Commento CCC dal Catechismo della Chiesa Cattolica e CDS dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa)

 


Ogni atto di distruzione di intere regioni è delitto contro Dio

 

[GS.80c] Avendo ben considerato tutte queste cose, questo sacro Concilio, facendo proprie le condanne della guerra totale già pronunciate dai recenti sommi Pontefici dichiara (168): Ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione.

(168) Cf. PIO XII, Discorso 30 set. 1954: AAS 46 (1954), p. 589; ID., Messaggio radiofonico, 24 dic. 1954 Ecce ego declinabo: AAS 47 (1955), pp. 15ss; GIOVANNI XXIII, Encicl. Pacem in terris: AAS 55 (1963), pp. 286-291 [in parte Dz 3991]; PAOLO VI, Discorso all'Assemblea delle Nazioni Unite, 4 ott. 1965: AAS 57 (1965), pp. 877-885.
(CCC 2312) La Chiesa e la ragione umana dichiarano la permanente validità della legge morale durante i conflitti armati. "Né per il fatto che una guerra è ormai disgraziatamente scoppiata, diventa per questo lecita ogni cosa tra le parti in conflitto" [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 79]. (CCC 2313) Si devono rispettare e trattare con umanità i non-combattenti, i soldati feriti e i prigionieri. Le azioni manifestamente contrarie al diritto delle genti e ai suoi principi universali, non diversamente dalle disposizioni che le impongono, sono dei crimini. Non basta un'obbedienza cieca a scusare coloro che vi si sottomettono. Così lo sterminio di un popolo, di una nazione o di una minoranza etnica deve essere condannato come un peccato mortale. Si è moralmente in obbligo di far resistenza agli ordini che comandano un "genocidio". (CCC 2314) "Ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e con fermezza e senza esitazione deve essere condannato" [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 80]. Un rischio della guerra moderna è di offrire l'occasione di commettere tali crimini a chi detiene armi scientifiche, in particolare atomiche, biologiche o chimiche.

 


Rischi di chi possiede armi di distruzione

 

[GS.80d] Il rischio caratteristico della guerra moderna consiste nel fatto che essa offre quasi l'occasione a coloro che posseggono le più moderne armi scientifiche di compiere tali delitti e, per una certa inesorabile concatenazione, può sospingere le volontà degli uomini alle più atroci decisioni. Affinché dunque non debba mai più accadere questo in futuro, i vescovi di tutto il mondo, ora riuniti, scongiurano tutti, in modo particolare i governanti e i supremi comandanti militari a voler continuamente considerare, davanti a Dio e davanti alla umanità intera, l'enorme peso della loro responsabilità.
(CDS 491) La promessa di pace, che percorre tutto l'Antico Testamento, trova il suo compimento nella Persona di Gesù. La pace, infatti, è il bene messianico per eccellenza, nel quale vengono compresi tutti gli altri beni salvifici. La parola ebraica «shalom», nel senso etimologico di «completezza», esprime il concetto di «pace» nella pienezza del suo significato (cfr. Is 9,5s.; Mi 5,1-4). Il regno del Messia è appunto il regno della pace (cfr. Gb 25,2; Sal 29,11; 37,11; 72,3.7; 85,9.11; 119,165; 125,5; 128,6; 147,14; Ct 8,10; Is 26,3.12; 32,17s.; 52,7; 54,10; 57,19; 60,17; 66,12; Ag 2,9; Zc 9,10 et alibi). Gesù «è la nostra pace» (Ef 2,14), Egli che ha abbattuto il muro divisorio dell'inimicizia tra gli uomini, riconciliandoli con Dio (cfr. Ef 2,14-16): così san Paolo, con efficacissima semplicità, indica la ragione radicale che spinge i cristiani ad una vita e ad una missione di pace. Alla vigilia della Sua morte, Gesù parla della Sua relazione d'amore con il Padre e della forza unificatrice che questo amore irradia sui discepoli; è un discorso di commiato che mostra il senso profondo della Sua vita e che può essere considerato una sintesi di tutto il Suo insegnamento. Sigilla il Suo testamento spirituale il dono della pace: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14,27). Le parole del Risorto non risuoneranno diversamente; ogni volta che Egli incontrerà i Suoi, essi riceveranno da Lui il saluto e il dono della pace: «Pace a voi!» (Lc 24,36; Gv 20,19.21.26).

(Commento CDS dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa)

 

n. 81 - La corsa agli armamenti

 


Ammassamento di armi di dissuasione

 

[GS.81a] Le armi scientifiche, è vero, non vengono accumulate con l'unica intenzione di poterle usare in tempo di guerra. Poiché infatti si ritiene che la solidità della difesa di ciascuna parte dipenda dalla possibilità fulminea di rappresaglie, questo ammassamento di armi, che va aumentando di anno in anno, serve, in maniera certo paradossale, a dissuadere eventuali avversari dal compiere atti di guerra. E questo è ritenuto da molti il mezzo più efficace per assicurare oggi una certa pace tra le nazioni.
(CDS 509) Le armi di distruzione di massa - biologiche, chimiche e nucleari - rappresentano una minaccia particolarmente grave; coloro che le possiedono hanno una responsabilità enorme davanti a Dio e all'umanità intera (1071). Il principio della non-proliferazione delle armi nucleari, insieme alle misure per il disarmo nucleare, come anche il divieto di test nucleari, sono obiettivi tra loro strettamente legati, che devono essere raggiunti nel più breve tempo tramite controlli efficaci a livello internazionale (1072). Il divieto di sviluppo, di produzione, di accumulo e di impiego delle armi chimiche e biologiche, nonché i provvedimenti che ne impongono la distruzione, completano il quadro normativo internazionale per mettere al bando tali armi nefaste, (1073), il cui uso è esplicitamente riprovato dal Magistero: «Ogni azione bellica che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni con i loro abitanti è un crimine contro Dio e contro l'uomo, che deve essere condannato con fermezza e senza esitazione» (1074).

(1071) Cfr. Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 80: AAS 58 (1966) 1104; Catechismo della Chiesa Cattolica, 2314; Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1986, 2: AAS 78 (1986) 280.
(1072) Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso al Corpo Diplomatico (13 gennaio 1996), 7: AAS 88 (1996) 767-768.
(1073) La Santa Sede ha voluto diventare parte degli strumenti giuridici relativi alle armi nucleari, biologiche e chimiche per sostenere le iniziative della Comunità internazionale in tal senso.
(1074) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 80: AAS 58 (1966) 1104.

(Commento CDS dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa)

 


La corsa agli armamenti non è una via sicura per la pace

 

[GS.81b] Qualunque cosa si debba pensare di questo metodo dissuasivo, si convincano gli uomini che la corsa agli armamenti, alla quale si rivolgono molte nazioni, non è una via sicura per conservare saldamente la pace, né il cosiddetto equilibrio che ne risulta può essere considerato pace vera e stabile. Le cause di guerra, anziché venire eliminate da tale corsa, minacciano piuttosto di aggravarsi gradatamente. E mentre si spendono enormi ricchezze per la preparazione di armi sempre nuove, diventa poi impossibile arrecare sufficiente rimedio alle miserie così grandi del mondo presente. Anziché guarire veramente, nel profondo, i dissensi tra i popoli, si finisce per contagiare anche altre parti del mondo. Nuove strade converrà cercare partendo dalla riforma degli spiriti, perché possa essere rimosso questo scandalo e al mondo, liberato dall'ansietà che l'opprime, possa essere restituita una pace vera.
(CDS 510) Il disarmo deve estendersi all'interdizione di armi che infliggono effetti traumatici eccessivi o che colpiscono indiscriminatamente, nonché delle mine antipersona, un tipo di piccoli ordigni, disumanamente insidiosi, poiché continuano a colpire anche molto tempo dopo il termine delle ostilità: gli Stati che le producono, le commercializzano o le usano ancora, si assumono la responsabilità di ritardare gravemente la totale eliminazione di tali strumenti mortiferi (Cfr. Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1999, 11: AAS 91 (1999) 385-386). La Comunità internazionale deve continuare ad impegnarsi nell'attività di sminamento, promuovendo un'efficace cooperazione, compresa la formazione tecnica, con i Paesi che non dispongono di mezzi propri adatti ad effettuare l'urgentissima bonifica dei loro territori e che non sono in grado di fornire un'assistenza adeguata alle vittime delle mine.

(Commento CDS dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa)

 


La corsa agli armamenti è una delle piaghe più gravi dell'umanità

 

[GS.81c] È necessario pertanto ancora una volta dichiarare: la corsa agli armamenti è una delle piaghe più gravi dell'umanità e danneggia in modo intollerabile i poveri; e c'è molto da temere che, se tale corsa continuerà, produrrà un giorno tutte le stragi, delle quali va già preparando i mezzi.
(CDS 511) Misure appropriate sono necessarie per il controllo della produzione, della vendita, dell'importazione e dell'esportazione di armi leggere e individuali, che facilitano molte manifestazioni di violenza. La vendita e il traffico di tali armi costituiscono una seria minaccia per la pace: esse sono quelle che uccidono di più e sono usate maggiormente nei conflitti non internazionali; la loro disponibilità fa aumentare il rischio di nuovi conflitti e l'intensità di quelli in corso. L'atteggiamento degli Stati che applicano severi controlli sul trasferimento internazionale di armi pesanti, mentre non prevedono mai, o solo in rare occasioni, restrizioni sul commercio delle armi leggere e individuali, è una contraddizione inaccettabile. È indispensabile ed urgente che i Governi adottino regole adeguate per controllare la produzione, l'accumulo, la vendita e il traffico di tali armi (Cfr. Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1999, 11: AAS 91 (1999) 385-386), così da contrastarne la crescente diffusione, in larga parte tra gruppi di combattenti che non appartengono alle forze militari di uno Stato.

(Commento CDS dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa)

 


Lo sforzo di liberarci dall'antica schiavitù della guerra

 

[GS.81d] Ammoniti dalle calamità che il genere umano ha rese possibili, cerchiamo di approfittare della tregua di cui ora godiamo e che è stata a noi concessa dall'alto, per prendere maggiormente coscienza della nostra responsabilità e trovare delle vie per comporre in maniera più degna dell'uomo le nostre controversie. La Provvidenza divina esige da noi con insistenza che liberiamo noi stessi dall'antica schiavitù della guerra. Se poi rifiuteremo di compiere tale sforzo non sappiamo dove ci condurrà la strada perversa per la quale ci siamo incamminati.
(CDS 493) L'azione per la pace non è mai disgiunta dall'annuncio del Vangelo, che è appunto «la buona novella della pace» (At 10,36; cfr. Ef 6,15), indirizzata a tutti gli uomini. Al centro del «vangelo della pace» (Ef 6,15) resta il mistero della Croce, perché la pace è insita nel sacrificio di Cristo (cfr. Is 53,5: «Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti»): Gesù crocifisso ha annullato la divisione, instaurando la pace e la riconciliazione proprio «per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l'inimicizia» (Ef 2,16) e donando agli uomini la salvezza della Risurrezione.

(Commento CDS dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa)

 

n. 82 - La condanna assoluta della guerra
e l'azione internazionale per evitarla

 


Sforzo costante per preparare il tempo per interdire il ricorso alla guerra

 

[GS.82a] È chiaro pertanto che dobbiamo con ogni impegno sforzarci per preparare quel tempo nel quale, mediante l'accordo delle nazioni, si potrà interdire del tutto qualsiasi ricorso alla guerra. Questo naturalmente esige che venga istituita un'autorità pubblica universale, da tutti riconosciuta, la quale sia dotata di efficace potere per garantire a tutti i popoli sicurezza, osservanza della giustizia e rispetto dei diritti.
(CDS 501) La Carta della Nazioni Unite, scaturita dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale e volta a preservare le generazioni future dal flagello della guerra, si basa sull'interdizione generalizzata del ricorso alla forza per risolvere le contese tra gli Stati, fatti salvi due casi: la legittima difesa e le misure prese dal Consiglio di Sicurezza nell'ambito delle sue responsabilità per mantenere la pace. In ogni caso, l'esercizio del diritto a difendersi deve rispettare «i tradizionali limiti della necessità e della proporzionalità» (Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2004, 6: AAS 96 (2004) 117). Quanto, poi, a un'azione bellica preventiva, lanciata senza prove evidenti che un'aggressione stia per essere sferrata, essa non può non sollevare gravi interrogativi sotto il profilo morale e giuridico. Pertanto, solo una decisione dei competenti organismi, sulla base di rigorosi accertamenti e di fondate motivazioni, può dare legittimazione internazionale all'uso della forza armata, identificando determinate situazioni come una minaccia alla pace e autorizzando un'ingerenza nella sfera del dominio riservato di uno Stato.

(Commento CDS dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa)

 


Ricerca dei mezzi più idonei a procurare la sicurezza comune

 

[GS.82b] Ma prima che questa auspicabile autorità possa essere costituita, è necessario che le attuali supreme istanze internazionali si dedichino con tutto l'impegno alla ricerca dei mezzi più idonei a procurare la sicurezza comune. La pace deve sgorgare spontanea dalla mutua fiducia delle nazioni, piuttosto che essere imposta ai popoli dal terrore delle armi. Pertanto tutti debbono impegnarsi con alacrità per far cessare finalmente la corsa agli armamenti. Perché la riduzione degli armamenti incominci realmente, non deve certo essere fatta in modo unilaterale, ma con uguale ritmo da una parte e dall'altra, in base ad accordi comuni e con l'adozione di efficaci garanzie (169).

(169) Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl. Pacem in terris dove si parla di disarmo: AAS 55 (1963), p. 287 [Dz 3991].
(CDS 499) Gli Stati non sempre dispongono degli strumenti adeguati per provvedere efficacemente alla propria difesa: da qui la necessità e l'importanza delle Organizzazioni internazionali e regionali, che devono essere in grado di collaborare per far fronte ai conflitti e favorire la pace, instaurando relazioni di fiducia reciproca capaci di rendere impensabile il ricorso alla guerra (Cfr. Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris: AAS 55 (1963) 288-289): «È lecito... sperare che gli uomini, incontrandosi e negoziando, abbiano a scoprire meglio i vincoli che li legano, provenienti dalla loro comune umanità, e abbiano pure a scoprire che una fra le più profonde esigenze della loro comune umanità è che tra essi e tra i rispettivi popoli regni non il timore, ma l'amore: il quale tende ad esprimersi nella collaborazione leale, multiforme, apportatrice di molti beni» (Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris: AAS 55 (1963) 291).

(Commento CDS dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa)

 


La buona volontà di tanti che si impegnano per eliminare la guerra

 

[GS.82c] Non sono frattanto da sottovalutare gli sforzi già fatti e che si vanno tuttora facendo per allontanare il pericolo della guerra. Va piuttosto incoraggiata la buona volontà di tanti che pur gravati dalle ingenti preoccupazioni del loro altissimo ufficio, mossi dalla gravissima responsabilità da cui si sentono vincolati, si danno da fare in ogni modo per eliminare la guerra, di cui hanno orrore pur non potendo prescindere dalla complessa realtà delle situazioni. Bisogna rivolgere incessanti preghiere a Dio affinché dia loro la forza di intraprendere con perseveranza e condurre a termine con coraggio quest'opera del più grande amore per gli uomini, per mezzo della quale si costruisce virilmente l'edificio della pace. Tale opera esige oggi certamente che essi dilatino la loro mente e il loro cuore al di là dei confini della propria nazione, deponendo ogni egoismo nazionale ed ogni ambizione di supremazia su altre nazioni, e nutrendo invece un profondo rispetto verso tutta l'umanità, avviata ormai così faticosamente verso una maggiore unità.
(CDS 519) La Chiesa lotta per la pace con la preghiera. La preghiera apre il cuore non solo ad un profondo rapporto con Dio, ma anche all'incontro con il prossimo all'insegna del rispetto, della fiducia, della comprensione, della stima e dell'amore (1098). La preghiera infonde coraggio e dà sostegno a tutti «i veri amici della pace» (1099), i quali cercano di promuoverla nelle varie circostanze in cui si trovano a vivere. La preghiera liturgica è «il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e insieme la fonte da cui promana tutta la sua forza» (1100); in particolare la celebrazione eucaristica, «fonte e apice di tutta la vita cristiana» (1101), è sorgente inesauribile di ogni autentico impegno cristiano per la pace (1102).

(1098) Cfr. Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1992, 4: AAS 84 (1992) 323-324.
(1099) Paolo VI, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1968: AAS 59 (1967) 1098.
(1100) Concilio Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 10: AAS 56 (1964) 102.
(1101) (Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 11: AAS 57 (1965) 15. (1102) [La celebrazione eucaristica inizia con un saluto di pace, il saluto di Cristo ai discepoli. Il Gloria è una richiesta di pace per tutto il popolo di Dio sulla terra. La preghiera per la pace, nelle anafore della S. Messa, si articola in un appello per la pace e l'unità della Chiesa; per la pace per l'intera famiglia di Dio in questa vita; per il progresso della pace e la salvezza del mondo. Durante il rito della comunione, la Chiesa prega affinché il Signore dia «la pace nei nostri giorni» e ricorda il dono di Cristo che consiste nella Sua pace, invocando «la pace e l'unità» del Suo regno. L'Assemblea prega anche affinché l'Agnello di Dio tolga i peccati del mondo e « dia la pace». Prima della comunione, tutta l'Assemblea si scambia un gesto di pace; la celebrazione eucaristica si conclude col congedo dell'Assemblea nella pace di Cristo. Molte sono le preghiere che, durante la S. Messa, invocano la pace nel mondo; in esse la pace è a volte associata alla giustizia, come ad esempio nel caso della preghiera di apertura dell'Ottava Domenica del Tempo Ordinario con la quale la Chiesa chiede a Dio che gli eventi di questo mondo si realizzino sempre nel segno della giustizia e della pace, secondo la Sua volontà.

(CDS 520) Le Giornate Mondiali della Pace sono celebrazioni di particolare intensità per la preghiera di invocazione della pace e per l'impegno di costruire un mondo di pace. Il Papa Paolo VI le istituì allo scopo di «dedicare ai pensieri ed ai propositi della pace una particolare celebrazione nel primo giorno dell'anno civile» (Paolo VI, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1968: AAS 59 (1967) 1100). I Messaggi pontifici per tale annuale occasione costituiscono una ricca fonte di aggiornamento e di sviluppo della dottrina sociale e mostrano la costante azione pastorale della Chiesa in favore della pace: «La Pace si afferma solo con la pace, quella non disgiunta dai doveri della giustizia, ma alimentata dal sacrificio proprio, dalla clemenza, dalla misericordia, dalla carità» (Paolo VI, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1976: AAS 67 (1975) 671).

(Commento CDS dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa)

 


Il problema della pace e del disarmo non solo problema di alcuni

 

[GS.82d] Per ciò che riguarda i problemi della pace e del disarmo, bisogna tener conto degli studi approfonditi, già coraggiosamente e instancabilmente condotti e dei consessi internazionali che trattarono questi argomenti e considerarli come i primi passi verso la soluzione di problemi così gravi; con maggiore insistenza ed energia dovranno quindi essere promossi in avvenire, al fine di ottenere risultati concreti. Stiano tuttavia bene attenti gli uomini a non affidarsi esclusivamente agli sforzi di alcuni, senza preoccuparsi minimamente dei loro propri sentimenti. I capi di Stato, infatti, i quali sono mallevadori del bene comune delle proprie nazioni e fautori insieme del bene della umanità intera, dipendono in massima parte dalle opinioni e dai sentimenti delle moltitudini.
(CDS 516) La promozione della pace nel mondo è parte integrante della missione con cui la Chiesa continua l'opera redentrice di Cristo sulla terra. La Chiesa, infatti, è, in Cristo, «"sacramento", cioè segno e uno strumento della pace nel mondo e per il mondo» (Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2000, 20: AAS 92 (2000) 369). La promozione della vera pace è un'espressione della fede cristiana nell'amore che Dio nutre per ogni essere umano. Dalla fede liberante nell'amore di Dio derivano una nuova visione del mondo e un nuovo modo di avvicinarsi all'altro, sia esso una singola persona o un popolo intero: è una fede che cambia e rinnova la vita, ispirata dalla pace che Cristo ha lasciato ai Suoi discepoli (cfr. Gv 14,27). Mossa unicamente da tale fede, la Chiesa intende promuovere l'unità dei cristiani e una feconda collaborazione con i credenti delle altre religioni. Le differenze religiose non possono e non devono costituire una causa di conflitto: la ricerca comune della pace da parte di tutti i credenti è piuttosto un forte fattore di unità tra i popoli (Cfr. Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1988, 3: AAS 80 (1988) 282-284). La Chiesa esorta persone, popoli, Stati e Nazioni a farsi partecipi della sua preoccupazione per il ristabilimento e il consolidamento della pace sottolineando, in particolare, l'importante funzione del diritto internazionale (Cfr. Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2004, 9: AAS 96 (2004) 120).

(Commento CDS dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa)

 


Rinnovata educazione degli animi alla pace

 

[GS.82e] È inutile infatti che essi si adoperino con tenacia a costruire la pace, finché sentimenti di ostilità, di disprezzo e di diffidenza, odi razziali e ostinate ideologie dividono gli uomini, ponendoli gli uni contro gli altri. Di qui la estrema, urgente necessità di una rinnovata educazione degli animi e di un nuovo orientamento nell'opinione pubblica. Coloro che si dedicano a un'opera di educazione, specie della gioventù, e coloro che contribuiscono alla formazione della pubblica opinione, considerino loro dovere gravissimo inculcare negli animi di tutti sentimenti nuovi, ispiratori di pace. E ciascuno di noi deve adoperarsi per mutare il suo cuore, aprendo gli occhi sul mondo intero e su tutte quelle cose che gli uomini possono compiere insieme per condurre l'umanità verso un migliore destino.
(CDS 517) La Chiesa insegna che una vera pace è resa possibile soltanto dal perdono e dalla riconciliazione (1092). Non è facile perdonare di fronte alle conseguenze della guerra e dei conflitti, perché la violenza, specialmente quando conduce «sino agli abissi della disumanità e della desolazione» (1093), lascia sempre in eredità un pesante fardello di dolore, che può essere alleviato solo da una riflessione approfondita, leale e coraggiosa, comune ai contendenti, capace di affrontare le difficoltà del presente con un atteggiamento purificato dal pentimento. Il peso del passato, che non può essere dimenticato, può essere accettato solo in presenza di un perdono reciprocamente offerto e ricevuto: si tratta di un percorso lungo e difficile, ma non impossibile (1094).

(1092) Cfr. Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2002, 9: AAS 94 (2002) 136-137; Id., Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2004, 10: AAS 96 (2004) 121.
(1093) Giovanni Paolo II, Lett. Nel cinquantesimo anniversario dell'inizio della Seconda Guerra Mondiale, 2: AAS 82 (1990) 51. )
(1094) Cfr. Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1997, 3 e 4: AAS 89 (1997) 193.

(Commento CDS dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa)

 


Non lasciarsi ingannare da false speranze

 

[GS.82f] Né ci inganni una falsa speranza. Se non verranno in futuro conclusi stabili e onesti trattati di pace universale, rinunciando ad ogni odio e inimicizia. L'umanità che, pur avendo compiuto mirabili conquiste nel campo scientifico, si trova già in grave pericolo, sarà forse condotta funestamente a quell'ora, in cui non potrà sperimentare altra pace che la pace terribile della morte.
(CDS 494) La pace è un valore (1015) e un dovere universale (1016) e trova il suo fondamento nell'ordine razionale e morale della società che ha le sue radici in Dio stesso, «fonte primaria dell'essere, verità essenziale e bene supremo» (1017). La pace non è semplicemente assenza di guerra e neppure uno stabile equilibrio tra forze avversarie (1018), ma si fonda su una corretta concezione della persona umana (1019) e richiede l'edificazione di un ordine secondo giustizia e carità. La pace è frutto della giustizia (cfr. Is 32,17), (1020), intesa in senso ampio come il rispetto dell'equilibrio di tutte le dimensioni della persona umana. La pace è in pericolo quando all'uomo non è riconosciuto ciò che gli è dovuto in quanto uomo, quando non viene rispettata la sua dignità e quando la convivenza non è orientata verso il bene comune. Per la costruzione di una società pacifica e per lo sviluppo integrale di individui, popoli e Nazioni, risultano essenziali la difesa e la promozione dei diritti umani (1021). La pace è frutto anche dell'amore: «vera pace è cosa piuttosto di carità che di giustizia, perché alla giustizia spetta solo rimuovere gli impedimenti della pace: l'offesa e il danno; ma la pace stessa è atto proprio e specifico di carità» (1022).

(1015) Cfr. Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1986, 1: AAS 78 (1986) 278-279.
(1016) Cfr. Paolo VI, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1969: AAS 60 (1968) 771; Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2004, 4: AAS 96 (2004) 116).
(1017) Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1982, 4: AAS 74 (1982) 328.
(1018) Cfr. Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 78: AAS 58 (1966) 1101-1102).
(1019) Cfr. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 51: AAS 83 (1991) 856-857.
(1020) Cfr. Paolo VI, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1972: AAS 63 (1971) 868.
(1021) Cfr. Paolo VI, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1969: AAS 60 (1968) 772; Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1999, 12: AAS 91 (1999) 386-387.
(1022) Pio XI, Lett. enc. Ubi arcano: AAS 14 (1922) 686. Nell'Enciclica si fa riferimento a San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, II-II, q. 29 art. 3, ad 3um: Ed. Leon. 8, 238; cfr. Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 78: AAS 58 (1966) 1101-1102.

(Commento CDS dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa)

 


L'azione della Chiesa nel nutrire la speranza della pace

 

[GS.82g] La Chiesa di Cristo nel momento in cui, posta in mezzo alle angosce del tempo presente, pronuncia tali parole, non cessa tuttavia di nutrire la più ferma speranza. Agli uomini della nostra età essa intende presentare con insistenza, sia che l'accolgano favorevolmente, o la respingano come importuna, il messaggio degli apostoli: a «Ecco ora il tempo favorevole» per trasformare i cuori, «ecco ora i giorni della salvezza» (170)

(170) Cf. 2Cor 6,2.
(CDS 518) Il perdono reciproco non deve annullare le esigenze della giustizia né, tanto meno, precludere il cammino che porta alla verità: giustizia e verità rappresentano, invece, i requisiti concreti della riconciliazione. Risultano opportune le iniziative tendenti ad istituire Organismi giudiziari internazionali. Simili Organismi, avvalendosi del principio della giurisdizione universale e sorretti da procedure adeguate, rispettose dei diritti degli imputati e delle vittime, possono accertare la verità sui crimini perpetrati durante i conflitti armati (1095). È necessario, tuttavia, andare oltre la determinazione dei comportamenti delittuosi, sia attivi che omissivi, e oltre le decisioni in merito alle procedure di riparazione, per giungere al ristabilimento di relazioni di reciproca accoglienza tra i popoli divisi, nel segno della riconciliazione (1096). È necessario, inoltre, promuovere il rispetto del diritto alla pace: tale diritto «favorisce la costruzione di una società all'interno della quale ai rapporti di forza subentrano rapporti di collaborazione, in vista del bene comune» (1097).

(1095) Cfr. Pio XII, Discorso al VI Congresso internazionale di diritto penale (3 ottobre 1953): AAS 65 (1953) 730-744; Giovanni Paolo II, Discorso al Corpo Diplomatico (13 gennaio 1997), 4: AAS 89 (1997) 474-475; Id. Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1999, 7: AAS 91 (1999) 382.
(1096) Cfr. Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1997, 3.4.6: AAS 89 (1997) 193. 196-197.
(1097) Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1999, 11: AAS 91 (1999) 385.

(Commento CDS dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa)



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