Educare alla diaconia dell'ascolto per crescere nell'identità diaconale



Il diaconato in Italia n° 182/183
(settembre/dicembre 2013)

Atti del XXIV Convegno Nazionale
Napoli 21-24 Agosto 2014



Educare alla diaconia dell'ascolto per crescere nell'identità diaconale
di Giuseppe Bellia

Il servizio del diacono, è questa una verità spesso obliata nel sentire comune delle nostre comunità, è chiamato a essere ed è costituito a pieno titolo ministro della Parola. Una diaconia ministeriale che è condivisa con tutto l'ordine sacerdotale, secondo il proprio grado, ma non per questo di minore intensità nell'operato della grazia. Al pari di tutto il popolo profetico e sacerdotale serve la parola di Dio nella misura dell'ascolto credente, fatto d'intelligenza e di perseveranza.
È questa la ragione per cui l'ascolto si presenta come atto etico, responsabile, connaturato all'essere storico dell'uomo ma nello stesso tempo bisognoso di sapiente e graduale pedagogia, come mostra le Sacre Scritture. Una testimonianza che, cominciando dai profeti, attraverso la mediazione dei sapienti scribi d'Israele, giunge fino alla pienezza di rivelazione nell'Alleanza Nuova. Ed è proprio con la grazia dello Spirito di Cristo che si scopre lo spazio specifico del dono che dispone alcuni dei discepoli al servizio della parola come apostoli, come profeti e come maestri. La diaconia della parola è tratto costitutivo del ministero ordinato, e in particolare è il contrassegno di quell'ascolto che la Chiesa, oltre che a Dio, deve ai piccoli e agli ultimi, come vero esercizio di diaconia che contraddistingue l'identità "carismatica" del terzo grado del sacramento dell'ordine.
Non è cosa da poco allora avere una visione adeguata del ruolo che l'ascolto riveste nel discernimento, nella formazione e nell'esercizio del ministero diaconale. In questa prospettiva identitaria della vocazione e della diaconia ordinata si vuole qui presentare un percorso di lettura dell'ascolto biblico che, alla luce dell'evento pasquale di Cristo, ripercorre le tappe di un cammino non concluso ma esemplare per chi si lascia guidare dal vento imprevedibile dello Spirito. Ci soffermeremo quindi, in breve, sui seguenti punti: dapprima si guarderà all'atto dell'ascolto secondo le Scritture, come via di accesso alla relazione personale con Dio e con i fratelli; in un secondo momento si prospetteranno alcune linee di teologia biblica dell'atto dell'ascolto che identifica la vocazione diaconale e dispone al servizio ministeriale.

L'ascolto nell'Antico e nel Nuovo Testamento
L'ascolto, nell'antropologia biblica, per l'uomo fatto a immagine di Dio, è il luogo originario e costitutivo che meglio rivela il senso vero della sua natura e l'orientamento definitivo della sua vocazione di essere personale, di essere in relazione. Dalla parola poetica del primo uomo, il grido intrattenibile di Adàm davanti alla scoperta di una relazione finalmente possibile con chi era «carne della sua carne e osso delle sue ossa», fino al grido di Cristo in croce, per una relazione con il Padre che in quell'ora sembrava interdetta, l'ascolto nella Scrittura rivela e conclude la corsa dell'autorivelarsi di Dio nella Parola. Per questa ragione il paradigma biblico dell'ascoltare/comprendere, conferisce all'atto di fede un ancoraggio realistico perché rimanda a una concreta esperienza dell'irrompere fecondo della Parola di Dio nel deserto del mondo, nella solitudine dell'uomo, nel silenzio avido di conoscenza del credente. Nella ricezione libera e valutativa dell'ascolto della fede, il soggetto religioso, sperimentando personalmente l'iniziativa gratuita di Dio, si dichiara disponibile a incontrarlo ascoltando la sua parola.
La relazione parola/ascolto genera una disposizione fiduciosa verso l'altro che, permettendo l'oggettività della comunicazione, richiede l'assenso intelligente di una risposta che può decidere una scelta di vita. Il verbo šm' «ascoltare» e la derivazione nominale šéma' «ascolto/notizia», vengono da una radice semitica comune, di uso frequente nell' AT, e indicano la capacità fisica di percezione acustica o sensoriale e, riferito ad una notizia, indicano anche la comprensione della cosa ascoltata (Gn 14,41). Sono attesta te 1159 forme ebraiche e, come mostra l'analisi statistica, sono termini che ricorrono spesso nei libri storici e nei libri sapienziali, ma sono più frequenti in Deuteronomio e Geremia, mentre sono assenti in molti brani profetici ed in circa i due terzi dei salmi.
L'uso linguistico del termine è attestato a Qumran e non differisce dall'ebraico biblico; mentre per i LXX, anche se traducono šm' con più di 30 vocaboli diversi, l'estensione semantica del termine, in circa i tre quarti dei casi, corrisponde alla forma greca di akoúo. All'interno del linguaggio biblico il valore d'uso di questa terminologia si conserva costante, non registrandosi alcun mutamento di senso degno di rilievo, sicché solo raramente sono traducibili con altre forme verbali. Il nostro «ascoltare», con la sua vasta gamma di significati, copre quasi per intero l'arco linguistico di šm' e di akoúo.
Non si dà un ascolto sterile che non susciti reazioni positive o negative, in pensieri, parole o azioni verso ciò che si è ascoltato entrando così in relazione con chi ha parlato. Stabilire l'esatto ambito linguistico del rapporto tra parlante e ascoltatore, diventa risolutivo per capire il valore del verbo nei singoli casi per non introdurre nella comprensione, e quindi nella traduzione, delle valenze non giustificate dal contesto.
Se si escludono i pochi casi dove il verbo ha valore idiomatico (Gen 11,7 e Dt 28,49) o le volte che è usato nel linguaggio giuridico delle procedure di accusa e di difesa (1Re 3,11 e 2Sam 15,3), si riscontra un'estensione di senso che dal semplice ed usuale atto del «prestare ascolto», dell'«avere conoscenza di qualcosa», giunge a esprimere uno «sperimentare qualcosa di qualcuno» (Gen 37,5; Ger 6,24), un «percepire» con l'orecchio interiore (Num 24,4; Ez 3,12; Gb 4,16), per «prestare ascolto»; e fare ciò che qualcuno chiede, consiglia o comanda. Ascoltare implica allora «esaudire una richiesta, un desiderio» (1Sam 8,7.9.22), «seguire un consiglio» (1Re 3,9); può quindi significare «dare retta a qualcuno», «acconsentire ad una proposta», «ubbidire ad un comando, ad un ordine, ad una legge» (Ger 35,14): ascoltare, in definitiva, è un «prestar fede a qualcuno» (Dt 18,14-15.19). Soggetti grammaticali dell'ascoltare possono essere gli organi della percezione esteriore ed interiore, come l'orecchio e il cuore, ma alla relazione posta in essere dalla parola/ascolto sono chiamati concretamente gli uomini, i gruppi, le comunità, le nazioni e perfino Jahwe, secondo quel modo antropomorfico, o meglio, personale con cui Dio è conosciuto e rappresentato da Israele («Chi ha formato l'orecchio forse non sente?» Sal 94,9). Diversamente dagli déi stranieri considerati nella polemica antiidolatrica come materia inerte e senza vita, perché hanno orecchi e non ascoltano (Sal 115,6), il Dio biblico «ascolta», specialmente la voce del suo popolo in afflizione (Sal 69,34), la preghiera dei suoi fedeli (Sal 138,3), l'invocazione dei giusti (Pr 15,29), il grido dei suoi poveri (Sal 34,18).
Analoghe ricorrenze si possono trovare negli scritti profetici e nella letteratura sapienziale del giudaismo più recente (Sap 15,15) perché in questi testi l'atto dell'ascolto ha un'importanza capitale dal momento che il sapiente, non potendo farsi forte della maestà delle teofanie grandiose o dell'autorevolezza degli oracoli divini, poteva fare affidamento solo sulla sua capacità persuasiva di coinvolgere l'ascolto dei giovani inesperti (Pr 1,8; 4,10).
D'altra parte l'insegnamento del saggio diventava veramente fruttuoso solo quando la docilità del discepolo (1Re 3,9) si disponeva a dare fiducia a chi si accettava di ascoltare e, quindi, divenendo consenso e obbedienza alle cose udite (in lat. ob-audio), accreditava al maestro lo stesso valore della sapienza (Pr 8,34). L'ascolto obbediente procurava una conoscenza viva che segnava l'esistenza stessa di chi ascoltava o in benedizione (Pr 23,19) o per la rovina (Lev 26,14.18): lo šéma' era diventato per Israele un imperativo religioso ed etico che racchiudeva ogni forma di relazione possibile con il suo Dio (Dt 6,4).

Significato dell'ascolto nella religione di Israele
L'atto dell'ascolto nell'antropologia biblica è un'operazione complessa e articolata che richiede necessariamente una concatenazione di atteggiamenti soggettivi e di avvenimenti oggettivi. Si va dalla curiosità di conoscere al silenzio necessario per udire, dall'evento della comunicazione alle reali condizioni che permettono l'ascolto, dalla comprensione di ciò che si è udito alla fiducia in chi si è ascoltato, dall'assenso dato alle cose udite e capite all'obbedienza richiesta dalle cose vitali che si è chiamati a fare.
Queste e altre connessioni tendono verso un punto preciso: l'instaurarsi di una relazione personale effettiva e fruttuosa tra l'uomo e Dio, modulata sul modello della reciprocità esistente tra chi parla e chi ascolta. È una proprietà peculiare della religione d'Israele il rapporto parola/ascolto che contraddistingue anche la relazione dell'uomo con la divinità: nell'AT s'incontra perciò un Dio che ascolta le parole dell'uomo e degli uomini che ascoltano la parola di Dio. Il verbo šm' tende ad esprimere la realtà di questa sorprendente reciprocità che non può essere tradotta in modo univoco e riduttivo interpretando l'ascolto all'interno di un rapporto dove la preminente superiorità divina delimita un'avvia subordinazione umana: in questo modo si finisce con l'ipotizzare da una parte un Dio che ascolta solo per «esaudire» e dall'altra un uomo che ascolta solo per «ubbidire».

L'invito all'ascolto come chiamata alla conversione
L'udire nell'ascolto biblico richiede anche il conseguente atto mentale del comprendere perché nell'antropologia del popolo d'Israele, l'aspetto intellettuale non è mai separabile dalla percezione sensoriale. L'ascolto esige pertanto nell'uditore interesse, applicazione e studio se si vuole prendere in seria considerazione la parola udita perché abbia, con l'assenso e l'obbedienza, un seguito effettivo e vitale. Di riflesso il peccato dell'uomo è visto come un non voler ascoltare, come un'interruzione della relazione parola/ascolto che può rendere a sua volta sordo l'orecchio di Dio (Ez 8,18). L'insensibilità alla voce divina o la ribellione alla sua parola attirano sull'uomo, come accadde al popolo nei giorni nel deserto, il severo giudizio divino (Es 17,1-7). Da qui l'invito accorato e deciso ad ascoltare la voce di Dio in quell'oggi della conversione che permette l'incontro dell'uomo con il suo Signore (Sal 95,8-11); ascoltare/obbedire è decisione sapiente da non rinviare se non si vuole incorrere in quella sklérokardia che impedisce e interrompe ogni possibilità di relazione con Dio (Zc 7,8-14).
Ascoltare con animo vigile quanto esce dalla bocca del Signore, sazia più del cibo (Dt 8,3) perché ascoltando si possono «mangiare cose buone» e porgendo l'orecchio alla sua parola si può avere vita (Is 55,2-3). La comprensione piena della parola, il gustarla come vero cibo non è però impresa della carne e del sangue ma dono che Dio concede a chi lo chiede perché è in suo potere farsi ascoltare e vedere senza che l'uomo abbia conoscenza: è Lui che rende insensibile il cuore dell'uomo, indurendo il suo orecchio e accecando i suoi occhi (Is 6,9-10). Verità amara ed irritante che nella storia salvifica d'Israele è però un dato incontestabile (Ger 7,24).
L'agire di Dio tuttavia non è arbitrario ma pieno di paziente pedagogia (Sal 78) perché ricorda la trascendente ed indisponibile grazia divina che concede questa conoscenza a chi vuole, quando vuole: «fino ad oggi il Signore non vi ha dato una mente per comprendere, né occhi per vedere, né orecchi per udire» (Dt 29,3). Per il credente ascoltare è sempre un accogliere l'urgenza drammatica della chiamata di Dio alla conversione del cuore, condizione indispensabile per accogliere la sua chiamata ad entrare nella sua alleanza (Sal 81,14-17). A differenza del mondo greco ed ellenistico che dava grande importanza al vedere, nell' AT la rivelazione divina, anche quando è formulata come esperienza di visione, è una realtà comunicativa che riguarda in prevalenza l'ascolto. Dio si mostra all'uomo nella parola e la parola, a sua volta, si rivela attraverso il mondo visibile. Jahvé, infatti, si manifesta a Mosè nel roveto ardente ma è una visione che è anche parola (Es 3,2-6); così come nella vocazione di Isaia, mentre il profeta vede i lembi del mantello del Signore ricoprire il tempio, riceve da Dio la parola della sua missione (Is 6,1-8). Vedere e udire si pongono come unità inscindibile che manifesta il disegno relazionale di Dio che non si accontenta di essere visto passivamente dall'uomo, ma che vuole entrare in rapporto autentico con lui mediante un patto strutturato sul reciproco, fiducioso ascolto. Per Israele come l'uomo ascolta Dio, così Dio sente la voce del suo popolo, ascolta ciò che dicono gli uomini, il loro lamento e la loro mormorazione a differenza dell'idolo muto che non può dare ascolto (Sal 115,5s). Comprendere però quale criterio, quali regole presiedono all'atteggiamento di ascolto o non ascolto, sia dell'uomo, sia di Dio è uno dei temi più enigmatici della Scrittura. Dio si rivela pronto ad ascoltare per aiutare, salvare, perdonare (Es 22,26: «se egli grida a me, io l'ascolto, poiché sono pietoso») e può rifiutare l'«ascolto» del lamento ingiustificato che addirittura rimprovera e castiga (Num 11,1-2). L'orante ha la certezza che il Signore ascolta sempre il grido dei suoi poveri (Sal 34,7) e può lamentare anche l'incomprensibile insensibilità e sordità del suo Dio (Sal 39,13).

Linee biblico-teologiche del servizio ministeriale
Nell'ascolto si dà spazio alla parola di un altro permettendo così l'avviarsi di un confronto personale che, attraverso il dialogo, tende a stabilire una relazione; è questa tensione verso la comunione che consente a suoni e fonemi di diventare ogni volta senso, di manifestarsi cioè come parola, al di là di ogni condizionamento storico e sociale, con una portata comunicativa concreta e universale. Qualcosa di analogo avviene anche per la parola di Dio: è solo l'intenzionalità della fede, cioè quella volontà di ascolto dispiegata dall'uomo alla sua massima potenza, che consente alle parole umane, dette nel tempo degli uomini, di essere accolte come vera parola di Dio che, secondo la potenza che le è propria (1Ts 2,13), opera tutto ciò per cui è stata inviata (Is 55,11). Ascoltare allora vuoi dire credere alle parole del Figlio (Gv 6,63), anche a quelle dure (Gv 6,60.68), riconoscendo la sua voce (10,3.16.27).
Il modo con cui l'ascolto consente alla parola di Dio di operare nel credente e nella storia, è reale, ma resta avvolto di discrezione, colmo di una castità infinita. Certo, in tutte le sue opere Dio si manifesta, lasciandosi intravedere non per l'evidenza della sua trascendenza, che non lascerebbe all'uomo nessuna autonomia di giudizio, ma attraverso la ricerca e la capacità di accoglienza che si può dare a una realtà non attraente o solo allusiva che si presenta a noi solo per via di mediazioni. Nell'apparire seducente delle cose evidenti, si cela sempre una potenza di sopraffazione che tende ad impedire alla nostra libertà il percorso naturale dell'assenso. Per questo il massimo dell'evidenza, Dio, rimane a noi nascosto, perché ne moriremmo (Es 33,20). In ogni struttura dell'evidenza, in ogni cultura dell'immediatezza si cela una volontà di prevaricazione che lascia presagire scenari di violenza. Dio ha però predisposto per noi la via sacramentale della parola, la via personale dell'ascolto, attraverso la mediazione di un linguaggio tutto intriso di debolezza, di storia, di relazioni umane date o negate che richiedono la fatica del comprendere, perché nell'uomo fatto a sua immagine Dio ricerca solo l'omaggio fiducioso della libertà: ricerca la fede che viene dall'ascolto. Custodire nel proprio cuore, sede della memoria e dell'intelligenza, la parola non capita confrontandola con quella già accolta e compresa, è un esercizio sapienziale che, nella tradizione viva trasmessaci dalla chiesa delle origini, è conosciuto come lectio divina. È un antico metodo di ascolto, disciplinato e coerente, che rispetta la pedagogia divina delle mediazioni umane, senza ricercare i seducenti effetti mondani dell'immediatezza perché, accogliendo in Cristo l'unità di tutte le Scritture, si sforza di capire la parola per mezzo della parola (Sal 36,10).
In concreto la lectio con il suo impegno di studio impedisce di scambiare la vera conversione con il consenso facile, con la sua disciplina libera dalla distrazione della chiacchiera che distoglie il cuore dal mistero e con il suo realismo preserva dall'orgoglio che usa la parola per segnalare il mediatore nascondendo il vangelo. A questo ascolto rigoroso e orante sono chiamati, secondo le proprie capacità, tutti i cristiani. L'ascolto della parola dona al credente un'identità nuova, non più legata alla soggettività ma aperta alla relazione con il tu dell'altro, che lo pone agli antipodi della situazione determinata da Dio a Babel dove gli uomini, nel loro delirio di onnipotenza, concepirono un disegno imperialistico di unità imposta ideologicamente e senza relazione alcuna con il loro creatore. Il rimedio approntato da Dio per punire la stolta e autodistruttiva superbia umana non fu tanto la confusione dei linguaggi, quanto l'impraticabilità dell'ascolto reciproco: gli uomini della pianura di Sennaar, infatti, furono resi incapaci di ascoltarsi l'un l'altro e si dispersero (Gen 11,7).
Solo con il dono dello Spirito a Pentecoste è stata guarita l'antica ferita di Babel aprendo i diversi popoli alla comprensione della parola profetica mediata dalla Chiesa. Il soffio dello Spirito creatore alitando sul caos di una comunicazione interrotta disponeva gli uomini di differenti lingue e culture ad ascoltare e comprendere la parola della fede, procurando insieme alla ritrovata relazione con Dio anche il dono della comunione con i propri simili (At 2,6.8.11.14.37). L'ascolto non genera solo un incremento di conoscenza, ma trasformando i pensieri dell'uomo lo spinge a modificare la stessa condotta, inclinando il cuore alla conversione.
Nella tradizione del popolo cristiano, questo dilatarsi della parola ispirata nella santità della vita e nell'intelligenza della fede del credente è riconosciuto come opera dello Spirito Santo che scruta i recessi impenetrabili del cuore dell'uomo (Pr 20,27), perché è il solo abilitato a cogliere nelle parole di Dio le stesse profondità di Dio (1Cor 2,10), consegnandole con fedeltà ai discepoli di Cristo (Gv 14,26 e 16,13). La pentecoste rivelando all'uomo la possibilità di un ascolto reciproco muove a desiderare il bene della fraternità, quella comunione piena di vita edificata dalla Parola che diviene carne nell' eucaristia per inabitare e trasformare la storia attraverso la testimonianza della comunità ecclesiale (Gv 1,14).

(G. Bellia è direttore della Rivista Il diaconato in Italia)


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