II Domenica di Avvento (B)

ANNO B - 7 dicembre 2014
II Domenica di Avvento

Is 40,1-5.9-11
2Pt 3,8-14
Mc 1,1-8


GESÙ È L'ATTESO
CHE APRE AL FUTURO

Il profeta Isaia accompagna il cammino dell'Avvento. Nella seconda domenica si legge uno dei brani più conosciuti, primo capitolo del Deutero Isaia. Si tratta di un oracolo introduttivo, che ha una pertinenza storica molto chiara per il riferimento alla fine dell'esilio, e una valenza simbolica molto forte per il linguaggio che mostra Dio come un innamorato che non vede l'ora che la propria sposa sia consolata: «Parlate al cuore di Gerusalemme», perché ha subito troppe prove, più di quelle che aveva meritato, anzi il doppio.
La consolazione non è formale, ma si esprime con l'immagine suggestiva del deserto che si prepara per il ritorno del popolo, trasformandosi in una strada diritta e senza inciampo per accogliere la marcia trionfale del popolo che ritorna, dopo che lo stesso deserto era stata strada dura e percorsa nelle lacrime nel tempo dell'esilio: una specie di storia al contrario.
Gerusalemme appare come una madre che, finalmente, vede tornare i suoi figli. Dio cambia le sorti del popolo, lo fa perché, dice il profeta, basta quello che il popolo ha sofferto. Dio che dice basta alla sofferenza, che mette un limite, e che mette fretta alla sentinella perché annunci la fine dell' esilio. Egli stesso si mette alla testa del popolo per farlo ritornare. Dio che vuole consolare e non distruggere.
Che esista un Dio fatto così: è questa la buona notizia che ogni cuore desidera sentire, per riprendere il cammino. In una cultura che rende estraneo il pensiero del perdono e della riconciliazione e che, di fatto, nega cittadinanza all'idea che si possa cambiare e che le cose possano cambiare. Dio, dipinto dal profeta Isaia, è come un sogno che ognuno desidererebbe fare.

Il pensiero delle cose che possono cambiare, che anzi sicuramente cambiano, è centrale anche nelle parole della Seconda lettera di Pietro che parla dell'attesa di nuovi cieli e nuova terra nei quali abita la giustizia. Va sottolineato come quest'attesa non ha nulla di aereo o disincarnato. L'apostolo, rivolgendosi a cristiani che fanno esperienza quotidiana di ingiustizia e sopraffazione, essendo molti di loro anche schiavi, li spinge a desiderare un mondo che non sia sottoposto senza nessuna speranza, alla legge del più forte e del prepotente.
Molti si lamentano perché non vedono Dio abbastanza coinvolto nella vita delle persone; molti pensano che questo sistema di cose sia invincibile. Molti si scoraggiano per la lentezza di Dio. Pietro coinvolge i destinatari della sua lettera, i destinatari di ogni tempo, chiedendo loro di mettere fretta a Dio. Con la libertà delle proprie azioni, vivendo tenendo conto di Dio, chiedendo a Dio il coraggio della testimonianza e della resistenza, si rende debole quello che appare invincibile, in qualche modo si mette fretta a Dio. I cieli e la terra nuova non appaiono improvvisamente, si preparano pazientemente. Se c'è una figura che può essere definito come uno che mette fretta a Dio, quella è certo Giovanni il Battista.

Unendo in un'unica citazione Malachia e Isaia, Marco vuole determinare senza equivoci che sta indicando Cristo, che è la buona notizia attesa, che è il Figlio di Dio, che è il principio, il fondamento di tutto. Cristo è l'atteso e Giovanni ne è il profeta, descritto come un nuovo Elia, che non ha nessun'altra funzione che quella di fare strada a Cristo. Dopo questa densa introduzione teologica, qui appena accennata, Marco passa alla descrizione di Giovanni, dell'ambiente della sua missione, il deserto, luogo denso di evocazioni nella Bibbia; luogo di alleanza, di liberazione, di relazione, di prodigi. La missione di Giovanni consiste nell'annunciare, si usa il verbo kerussein, il battesimo di conversione e di remissione dei peccati.
Si parla del successo della missione di Giovanni, del suo abbigliamento e della sua dieta, probabilmente non diversi da quelli dei beduini del tempo, con qualche elemento tipico dei profeti. Tutte le notizie sono date con enfasi. Quello che conta è che Giovanni è proteso verso Gesù, il più forte di lui, quello che può colmare il cuore del popolo, lo sposo vero, il futuro del popolo, che passerà dal desiderio della relazione con Dio, il battesimo nell'acqua, alla relazione vera, quella del battesimo nello Spirito. È evidente che il brano è costruito tenendo presenti alcune problematiche della comunità delle origini e delle tensioni fra i discepoli di Giovanni e quelli di Gesù, affermando la superiorità di questi e della sua missione.
Che cosa possono significare oggi queste parole? Che cosa annuncia Giovanni? Fiume e deserto sono elementi opposti, fra loro quasi incompatibili, sono il segno della precarietà dell'esperienza umana: quando sembra che non si può andare oltre i desideri, si può desiderare il perdono, una vita nuova e diversa, ma non si capisce come fare. La folla che si raduna attorno a Giovanni è il simbolo del desiderio di un di più, che non è nelle loro possibilità. In questa situazione Gesù è l'archè; il fondamento; il punto stabile su cui costruire e ricominciare.
L'immagine del sandalo che allude al rito del matrimonio ebraico, dice ancora di più: è l'amato che riempie il cuore. La buona notizia, l'unica che interessa e che Giovanni indica con tutto il corpo, che si immagina proteso verso Gesù, è che c'è una terra solida su cui poggiare l'esperienza, le scelte e il cammino.

VITA PASTORALE N. 10/2014
(commento di Luigi Vari, biblista)

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