II Domenica dopo Natale (B)


ANNO B – 4 gennaio 2015
II Domenica dopo Natale

Sir 24,1-2.8-12
Ef 1,3-6,15-18
Gv 1,1-18
(Visualizza i brani delle Letture)


LA SCELTA
DI ACCOGLIERE DIO

Queste letture della seconda domenica dopo Natale vanno seguite sulla corda della contemplazione del mistero dell'incarnazione. Ci si ferma ancora di fronte al presepe, senza stancarsi, cercando di leggere ancora e di più. La prima lettura è una scoperta del lettore della Bibbia che trova come sia possibile applicare a quel bambino le parole dell'elogio della sapienza, contenute nel libro del Siracide. Quello dell'incarnazione è un grande viaggio che ha Dio come punto di partenza e il suo popolo come punto di arrivo. La sapienza è quel bambino nella culla, ma quel bambino è la stessa sapienza di Dio; non è un superuomo, che noi travestiamo da Dio, ma è Dio.
C'è spesso voglia di dire tante cose che riguardano il bambino Gesù, bisogna imparare a lasciarlo parlare perché ha da dire una cosa importante e unica che lui è Dio, che mette le radici nell'umanità per ridare quello che questa aveva perduto, la vita. Non è un superuomo risoluto re di problemi e di conflitti, ma è Dio che restituisce quello che con il peccato si era perduto, cioè il gusto della vita. Il capitolo da cui il brano è tratto racconta che l'effetto della sapienza che si radica nel mondo è che questo diventa un giardino, pieno di alberi e di frutti; cioè la creazione ritrova il filo che la sapienza di Dio aveva pensato fin dal giorno della creazione.

Paolo, nell'inno della lettera agli Efesini, contempla il disegno di Dio e fa sue le parole di benedizione. Questa preghiera di benedizione nasce dall'aver fatto esperienza della presenza di un disegno di Dio per il mondo, e saperlo come un disegno d'amore. Questo è un brano che racchiude molti problemi d'interpretazione, ma se si colloca in un ambiente liturgico, si può cogliere nel suo senso profondo. È un inno che inizia con la triplice ripetizione della parola benedizione: benedetto Dio che ci ha benedetti con ogni benedizione. È l'ambiente della benedizione in cui si entra pronunciando queste parole, e per tutto l'inno si racconta il motivo di quelle parole, e non si finisce più di trovare motivi, tanto che qualche esegeta trova sovraccarico il testo. Più semplice è la parte finale della lettura presentata dalla liturgia odierna che potrebbe essere letta come una conseguenza della benedizione; la vita del cristiano deve essere un racconto di benedizione, una vita benedetta.
Non è comune trovare nella nostra cultura la dimensione della benedizione legata all'esperienza umana; spesso si parla in termini di maledizione, magari confondendo benedizione e maledizione con fortuna e sfortuna. Molto di più si pensa alla vita come una maledizione perché non ha un significato o un valore particolare; perché se ne coglie l'insensata durezza, senza sapere come difendersi. Un cristiano non può pensare così. Egli sa che, oltre le esperienze dure, la sua vita è sostenuta dalla volontà di Dio, da sempre, e che questo la rende benedetta. Dio illumini, dice Paolo, gli occhi del cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati. Una vita benedetta crede e cerca la speranza.

Il prologo di Giovanni, riproposto nella seconda domenica dopo Natale, trova nuova luce dalle letture che lo hanno preceduto. C'è un collegamento chiaro fra la sapienza e il Logos, ma del Logos si dice qualcosa di più, cioè che è Dio. Dio Logos, Parola, significa relazione. Cristo, Parola del Padre, è Dio che si comunica, che entra in relazione con l'uomo. Bisogna richiamare la funzione complessa del linguaggio, che raggiunge la sua pienezza quando chi parla comunica sé stesso a chi ascolta. Cristo Logos è Dio che comunica sé stesso, dunque comunica vita, trasmette luce. In un crescendo inatteso si afferma che questa comunicazione è capace di trasformare chi la accoglie in un Figlio di Dio.
Se nel giorno di Natale ci si è fermati di fronte al presepe per riconoscere l'identità vera di quel bambino e per riconoscerlo Dio; ora, mentre potrebbe nascere la tentazione di allontanarsi dal mistero come chi ha visto una cosa bella, con la consapevolezza che, però, la vita è un'altra cosa, è altrove, si è coinvolti in un'altra domanda che riguarda chi guarda e contempla il mistero.
Credere che quel bambino è Dio che si comunica, non è un'operazione indifferente, ma è sentirsi coinvolti in una relazione che cambia gli orizzonti dell'esistenza umana, non più bui e incerti, ma luminosi perché Dio comunica sempre luce. Il buio più profondo di tutti, quello della morte, è sconfitto dalla comunicazione della vita. La condizione di fragilità, che Giovanni fa intravvedere parlando di carne e sangue, che tanto limita il cammino e rende rassegnati alla provvisorietà, è superata dalla notizia che Dio si comunica per trasmettere la condizione di figli.
Contemplando il bambino Gesù, si contempla la gloria di Dio, cioè Dio stesso, ma non è una contemplazione fine a sé stessa, perché in quella gloria uno vede la propria. Inoltre se Cristo è Parola rivolta all'uomo, bisogna che questi risponda. La risposta è la fede, qui descritta come accoglienza nella propria vita di quanto Dio vuole trasmettere: la luce, la vita, la condizione di figli. Pensare al proprio cammino come a un cammino di gloria, non è una cosa teorica che non ha conseguenze, ma significa vedere la propria esistenza con gli occhi di Dio e riconoscerla preziosa e straordinaria.

VITA PASTORALE N. 1/2015
(commento di Luigi Vari, biblista)

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