Domenica delle Palme (B)


ANNO B – 29 marzo 2015
Domenica delle Palme

Is 50,4-7
Fil 2,6-11
Mc 14,1-15,47
(Visualizza i brani delle Letture)


GESÙ, UMILE SERVO
DI DIO E DELL'UOMO

Oggi le persone, anche quelle che non partecipano frequentemente alla celebrazione eucaristica, riempiono le chiese e ripetono la festosa accoglienza a Cristo, come nel giorno dell'ingresso a Gerusalemme. Sia chi prende le distanze, sia chi è pienamente coinvolto nella vita di fede; ognuno saluta, a suo modo, il Messia e gli fa festa. Le letture della messa raccontano il motivo di questo amore. Isaia presenta la riflessione del servo, e sottolinea la sua relazione con la Parola; è un profeta chiamato a dare fiducia. Ma la fiducia è, prima di tutto, caratteristica del servo che la vive ascoltando, ogni giorno, la Parola e fidandosi di essa. Anche quando la fedeltà alla Parola lo espone a persecuzioni e insulti, lui non recede. Non è un eroe, è solo uno che si fida di Dio ed è da lui reso forte anche nelle condizioni difficili della persecuzione e della sofferenza. La tradizione cristiana non ha dubbi a vedere nel servo la figura di Cristo.
Collegare ascolto e fiducia e porli come condizione per far nascere fiducia, è un legame che si apprende guardando Cristo. Oggi tutti riconoscono che la mancanza di fiducia è un' emergenza spirituale non meno grave di tante altre; a questa mancanza non si può rispondere promuovendo delle campagne, o con degli slogan. Di fiducia non si può parlare, si mostra vivendola. La fiducia non si impara al termine di una conferenza, ma nasce dall'ascolto di qualcuno di cui ci si fida. La catena della fiducia ha bisogno di persone coraggiose che sappiano farsi argine alla marea della disillusione e dello sconforto. Un cristiano la impara da Cristo, il mondo la impara dai cristiani.

L'inno della lettera ai Filippesi è un racconto di come Gesù ha ascoltato il Padre, di come abbia avuto fiducia in lui. Nelle parole di Paolo c'è il significato vero dell'ascolto in quanto scelta di uscire dal proprio mondo per far parte del mondo di un altro. Si avverte nelle parole di Paolo che uscire da sé per diventare simile a qualcun altro, non è una cosa semplice; Paolo usci il linguaggio dei cacciatori (quelli che cacciano per vivere) che, presa la preda, non la lasciano se non sono costretti a farlo: rinunciarvi è faticoso e per alcuni impossibile. Non legare, però, il proprio essere e la propria missione a una condizione non è la strada della sconfitta, ma della gloria. Una delle caratteristiche della cultura contemporanea è quella che non prevede in nessun modo la possibilità di rinunciare a una propria condizione di benessere per andare incontro agli altri. Il ritornello «tanto gli altri non penseranno a te» è presente in tante storie. Ci si lega alla propria condizione di una certa tranquillità o equilibrio raggiunti, ci si attacca a questo senza pensare al domani, rifiutando di immaginare le conseguenze. La propria vita, libertà, benessere, ecc. sono una preda (arpagmon, dice Paolo). Si può vivere così, molti lo fanno. Si può vivere, però, anche pensando alla propria vita come a un dono; desiderare che sia utile a qualcuno, che possa far nascere un grazie nel cuore di qualcuno. La croce c'è comunque nella vita di tutti, la decisione è se viverla come affronto alla propria condizione o come altro; fra sterilità e fecondità.

Poche volte come nel racconto della Passione, l'assemblea liturgica è conquistata dalla Parola, interagisce con essa, immaginando e ricreando le situazioni, rappresentandosi al vivo quello che ascolta sentendo l'esigenza di confrontarsi con essa. Rare volte come di fronte a questo racconto, chi lo commenta sente di non doversi mettere come schermo alla Parola, comprende il suo ruolo di ermeneuta, come chi favorisce l'incontro fra Parola e vita. Qualche volta, anche se non consigliato, è meglio il silenzio ed è comunque necessario seguire il consiglio di usare solo brevi parole. Questo è soprattutto vero per il racconto della Passione in Marco, che ha una grande capacità drammatica, perché racconta le cose come chi le ha apprese da chi le ha vissute.
Le caratteristiche di Marco è di non fare sconti alla realtà scioccante dei fatti. Soprattutto nel processo descritto come negazione di ricerca della verità, Gesù emerge nella sua dignità. Non c'è bisogno di costruire false testimonianze per descrivere chi sia, lui stesso lo afferma davanti al sommo sacerdote. La rivelazione della sua identità provoca il dramma dell'isolamento e della condanna. È così forte il contrasto tra ciò che Gesù dice di essere e la condanna a morte, che il lettore si chiede come avrebbe reagito in quella situazione. Il dubbio sul proprio comportamento è uno degli obiettivi di Marco.
Il processo romano si svolge attorno al titolo di re dei giudei, la legge romana non ha motivo per eliminarlo se non l'avversione del popolo di cui Gesù è re ed è costretta a liberare un nemico di Roma. C'è un caos in cui ognuno fa il contrario di quello che sarebbe giusto fare, uno specchio del cuore dell'uomo quando elimina Dio. Chi ascolta sente il caldo del fuoco del rinnegamento e il canto del gallo, vede i soldati che deridono Gesù, cammina con lui. È un racconto che provoca sentimenti di solidarietà e di amore nei confronti del crocifisso; sdegno verso quelli che anche sotto la croce lo insultano; riflessione sul titolo che è riproposto: re dei giudei. Il lettore, cercando di scoprire quale potrebbe essere il suo posto in quella scena, può solo pregare di essere al posto del soldato, che scopre lì la fede nel Figlio di Dio.

VITA PASTORALE N. 3/2015
(commento di Luigi Vari, biblista)

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