Eucaristia e Nuovo Testamento


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da L'Eucaristia
di Chiara Lubich (1977)


Eucaristia e Nuovo Testamento

Quale audacia parlare di te
Istituzione dell'Eucaristia
Dal Vecchio al Nuovo Testamento
Il pane di vita
L'Eucaristia negli Atti degli Apostoli
L'Eucaristia nelle lettere di Paolo



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Quale audacia parlare di te

Gesù Eucaristia, quale presunzione, quale audacia parlare di te che nelle chiese di tutto il mondo conosci le segrete confidenze, i nascosti problemi, i sospiri di milioni di uomini, le lacrime di gioiose conversioni, note a te solo. cuore dei cuori, cuore della Chiesa.
Non lo faremmo per non rompere il riserbo dovuto a così alto, vertiginoso amore, se non fosse proprio perché il nostro amore, che vuol vincere ogni timore, desidera andare un po' più in là del velo della bianca ostia, del vino del calice dorato.
Perdona il nostro ardire! Ma l'amore vuole conoscere per amare di più, per non terminare il nostro cammino sulla terra senza scoprire almeno un po' chi tu sia.
E poi noi dobbiamo parlare dell'Eucaristia. Perché siamo cristiani e nella Chiesa nostra madre viviamo e portiamo l'Ideale dell'unità.
Ora nessun mistero della fede ha a che fare con l'unità quanto l'Eucaristia. L'Eucaristia apre l'unità e ne sviscera tutto il contenuto: è per essa infatti che avviene la consumazione dell'unità degli uomini con Dio e degli uomini tra loro, dell'unità di tutto il cosmo col suo Creatore.

Dio s'è fatto uomo. Ed ecco Gesù sulla terra. Tutto poteva fare. Ma era nella logica dell'amore che egli, compiuto un simile passo dalla Trinità alla vita terrena, non vi restasse solo per 33 anni, pur con una vita divinamente straordinaria come la sua, ma trovasse il modo di rimanere per tutti i secoli e soprattutto di essere presente su tutti i punti della terra nel momento culmine del suo amore: sacrificio e gloria, morte e risurrezione. E vi è rimasto. Escogitata dalla sua fantasia divina, inventò l'Eucaristia.
È il suo amore che arriva all'estremo. Direbbe Teresa di Lisieux: «Oh Gesù, lasciami dire, nell'eccesso della mia riconoscenza, lasciami dire che il tuo amore arriva fino alla follia...»1.


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1. Teresa di Lisieux, Scritto autobiografico B n. 263, in Gli scritti, Roma 1970, p. 244.


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Istituzione dell'Eucaristia

Ma sentiamo come avvenne. Ne parlano Matteo, Marco, Luca e Paolo.
Luca dice: «Quando fu l'ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse: "Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio" [...].
«Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: "Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me".
«Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice dicendo: ."Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi"» (Lc 22,14-20).
Se non fosse stato Dio, non saprei come Gesù avrebbe fatto ad esporre in così poche solenni parole realtà così nuove, così imprevedibili, così abissali, che gettano nell'estasi, perché di fronte ad esse, se un po' comprese, l'essere umano non regge.

Gesù, sei lì il solo a saper tutto, ad essere conscio che il tuo gesto conclude secoli d'attesa, a guardare le infinite conseguenze di quello che stai operando per realizzare quel progetto divino da sempre previsto dalla Trinità, la Chiesa, che avendo il suo inizio sulla terra penetra negli abissi futuri del Regno. Se tu - ripeto - non fossi stato Dio, come avresti fatto a parlare e ad agire casi?

Ma qualcosa traspare di quello che il tuo cuore ha sentito in quel momento: «Ho desiderato ardentemente» e c'è una immensa felicità, «prima della mia passione» e c'è l'abbraccio del gaudio con la croce ed il legame dell'uno con l'altra, perché quello che stavi per fare era il tuo testamento e un testamento non vale se non dopo la morte. Tu ci lasciavi un'eredità incommensurabile: te stesso.
Dice Pier Giuliano Eymard: «Gesù Cristo vuole anche lui avere il suo memoriale, [...] il suo capolavoro, che lo renda immortale nei cuori dei suoi, che ricordi incessantemente il suo amore per l'uomo. Egli ne sarà l'inventore, l'artefice, lo consacrerà come suo testamento e la sua morte ne sarà la vita e la gloria... È la divina Eucaristia»2.

Poi Gesù «rese grazie».
Eucaristia significa «ringraziamento», e il ringraziamento per eccellenza era quello rivolto al Padre per aver seguito e salvato l'umanità coi più straordinari interventi.

E, presi il pane ed il calice, disse: «Questo è il mio corpo che è dato per voi: fate questo in memoria di me [...]. «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi».
Ecco l'Eucaristia.
È il miracolo.
L'Eucaristia - a dir di Tommaso d'Aquino - è il più grande dei miracoli di Gesù Cristo3. Infatti, come dice Pier Giuliano Eymard, «li supera tutti per il suo oggetto, tutti li domina per la sua durata. È l'incarnazione permanente, è il sacrificio perpetuo di Gesù, è il roveto ardente che sempre brucia sull'altare; è la manna, vero pane di vita, che scende ogni giorno dal cielo»4.
« Sono - a dire di Ignazio d'Antiochia - misteri strepitosi che Dio operò nel silenzio»5.
E il Concilio Vaticano II afferma che «nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, dà vita agli uomini»6.


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2. Pier Giuliano Eymard, La presenza reale, Torino 1967, p. 79.
3. Cf. In Off. Festiv. Corp. Christi, Lectio VI, in finem.
4. Pier Giuliano Eymard, op. cit., p. 142.
5. Ignazio d'Antiochia, Eph. 19, 1 (PG S, 660).
6. PO 5.


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Dal Vecchio al Nuovo Testamento

Gesù celebra la sua Pasqua come un banchetto. In ogni casa l'ora della cena è quella della maggior intimità, della fraternità, spesso dell'amicizia e della festa. Il banchetto che Gesti presiede è celebrato come la Pasqua dei Giudei e in quanto tale racchiude in sintesi tutta la storia del popolo di Israele.
L'ultima cena di Gesti è il compimento di tutte le promesse di Dio.
Gli «elementi» della nuova cena sono pregni del significato acquistato nell'Antico Testamento. Il pane, dono di Dio e mezzo indispensabile alla vita, era simbolo di comunione, ricordo della manna; il vino, chiamato nella Genesi «sangue dell'uva» (Gen 49, 11), era offerto nei sacrifici (cf. Es 29, 40), era simbolo della gioia dei tempi messianici (cf. Ger 31, 12); il calice era segno di partecipazione alla gioia e di accettazione delle afflizioni, era ricordo dell'alleanza di Mosè (cf. Es 24, 6s.). E pane e vino erano promessi dalla Sapienza ai suoi discepoli (cf. Prov. 9,1-6)7.
Come il padre di famiglia, Gesti nei suoi gesti e nella «preghiera di benedizione» ripete il rito giudaico.
Ma in questo banchetto c'è una vertiginosa differenza e novità nei confronti della Pasqua ebraica. La cena di Gesti è celebrata nel contesto della sua passione e morte ed egli nell'Eucaristia anticipa simbolicamente e realmente il suo sacrificio di redenzione: egli ne è il sacerdote, egli ne è la vittima.
Il Papa Paolo VI cosi si esprimeva il giovedì santo del 1966: «…Non possiamo dimenticare che la Cena [...] era un rito commemorativo; era il convito pasquale, che doveva ripetersi ogni anno per trasmettere alle generazioni future il ricordo indelebile della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù dell'Egitto [...]. Gesù, quella sera, sostituisce all'Antico il Nuovo Testamento: "Questo è il mio sangue - egli dirà - del Nuovo Testamento..." (Mt 26,28); all'antica Pasqua storica e figurativa egli collega e fa succedere la sua Pasqua, anch'essa storica, definitiva questa, ma figurativa anch'essa d'un altro ultimo avvenimento, la parusia finale...»8.
Le parole di Gesù infatti: «Non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio» (Mt 26, 29) (che sono state tradotte dal noto esegeta Benoit come un «appuntamento in Paradiso»9) danno all'Eucaristia il carattere di un banchetto che avrà la sua piena realizzazione dopo la nostra risurrezione.
Per Atanasio, però, fin da quaggiù possiamo partecipare alla comunione col Cristo risorto. Riguardo alla Pasqua del Nuovo Testamento, egli scrive: «...noi partecipiamo, miei diletti, non ad una festa temporale, ma a quella eterna e celeste; e noi non la mostriamo in figure, ma la realizziamo veramente»10. Infatti non mangiamo le carni di un agnello. ma «mangiamo il Verbo del Padre...»11.
Per Atanasio mangiare il pane ed il vino divenuti corpo e sangue di Cristo è celebrare la Pasqua12, cioè riviverla: l'Eucaristia è infatti sacramento di comunione al Cristo pasquale, a Cristo morto e risorto, passato (pascha = passaggio), entrato in una nuova fase della sua esistenza, quella gloriosa alla destra del Padre. Comunicarsi quindi con Gesù nell'Eucaristia significa partecipare già da quaggiù alla sua vita gloriosa, alla sua comunione col Padre.


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7. Cf. J. Castellano, Eucaristia, in DES I, Roma 1975, p. 737.
8Insegnamenti di Paolo VI, Poliglotta Vaticana, 1967, IV, p. 164.
9. Cit. in J. Castellano, art. cit., p. 738.
10. Atanasio, Ep. fest. 4, 3 (PG 26, 1377).
11Ibid.
12. Cf. ibid., 4, 5 (PG 26, 1379).


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Il pane di vita

Giovanni ha un suo modo di parlare di Gesù Eucaristia.
Nel capitolo VI del suo Vangelo egli narra che Gesù, il giorno dopo aver moltiplicato i pani, nel grande discorso tenuto a Cafarnao, fra il resto dice: «Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà» (Gv 6, 27).
Poco dopo Gesù stesso si presenta come il vero pane disceso dal cielo, che deve essere accettato mediante la fede: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete» (Gv 6,35).
E chiarisce come potrà essere pane di vita: «...e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo...» (Gv 6, 51b).
Gesù si vede già pane. È dunque quello il motivo ultimo della sua vita qui sulla terra. Esser pane per essere mangiato. Ed esser mangiato per comunicarci la sua vita.
«Questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo. disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno» (Gv 6,50-51a).
Quanto sono corte le nostre vedute di fronte a quelle di Gesù!
Lui, l'infinito che viene dall'eternità, ha protetto un popolo con miracoli e grazie, ha edificato la sua Chiesa e s'avvia verso l'eternità dove la vita non verrà meno.
Noi al massimo limitiamo il nostro sguardo all'oggi, forse al domani in questa nostra breve esistenza, a volte ci angustiamo per inezie. Siamo ciechi. Si, ciechi, spesso anche noi cristiani. Viviamo magari la nostra fede, ma senza piena coscienza. Comprendiamo Gesù in qualche sua parola che consola o che dà un indirizzo, ma non vediamo tutto Gesù: «in principio era il Verbo», poi la creazione, poi l'incarnazione, poi quasi una seconda incarnazione per mezzo dello Spirito Santo nell'Eucaristia che ci serve da viatico nella vita, in questo «viaggio» verso l'altra vita, poi il Regno con lui, divinizzati dalla sua persona, che è nel suo corpo e nel suo sangue fatti Eucaristia.
Vista cosi la realtà, tutto acquista il suo giusto valore, tutto è proiettato verso l'avvenire nel quale arriviamo se cerchiamo di vivere, come è possibile, sin da quaggiù la città celeste, in un impegno d'amore verso Dio e verso l'umanità simile a quello di Gesù, che passò per il mondo facendo il bene.
Che avventura la vita con questo sbocco!

E i farisei discutevano e Gesù risponde e spiega e riafferma, finché dice: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, cosi anche colui che mangia di me vivrà per me» (Gv 6,56-57).
«Dimora in me e io in lui »: ecco l'unità consumata fra Gesù e la persona umana che si ciba di lui, pane. Agli uomini è cosi trasmessa la pienezza di vita che è in Gesù e che gli viene dal Padre. Si realizza con ciò l'immanenza dell'uomo in Gesù.
Scrive Alberto Magno: Cristo «ci ha abbracciati con troppo amore, perché ci ha talmente uniti a sé da essere lui stesso in noi, da penetrare lui stesso nelle nostre viscere [...].
«L'amore divino produce un'estasi. Giustamente viene detto estasi l'amore divino, poiché traspone Dio in noi e noi in Dio: "ekstasis" infatti è parola greca che significa trasposizione. (Gesù) dice infatti: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui" (Gv 6,56). Dice: "Dimora in me", cioè: è posto fuori di sé; e: "io dimoro in lui", cioè: sono posto fuori di me [...].
«Questo può operare la sua [...] carità, la quale penetra in noi [...] e ci attira a sé [...]. E non solo ci attira a sé ma ci tira dentro di sé, e lui stesso penetra in noi fino al midollo»13.
In questo stupendo capitolo del vangelo di Giovanni, Gesù afferma: «…e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51b) e ancora: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno» (Gv 6,54).
«…Per la vita del mondo»: l'Eucaristia dunque serve già da questo mondo a dare la vita. Ma che cos'è la vita? Lo ha detto Gesù: «Io sono la vita» (Gv. 11,25;14,6), Questo pane nutre di lui già da quaggiù.
«Ed io lo risusciterò nell'ultimo giorno». L'Eucaristia dà anche la vita per l'altro mondo. Ma che cos'è la risurrezione? Lo ha detto Gesù: «Io sono la risurrezione» (Gv. 11,25).
È lui che inizia in noi la sua vita immortale, quella che non ha sospensione con la morte. Anche se il corpo è corruttibile, la vita, Cristo, rimane e nell'anima e nel corpo, come principio di immortalità.
Grande mistero questo della risurrezione per tutti gli uomini che ragionano col metro umano.
Ma c'è un modo di vivere in cui il mistero diventa meno incomprensibile.
Vivendo il Vangelo visto dalla prospettiva dell'unità, si fa l'esperienza ad esempio che, attuando il comandamento nuovo di Gesù, l'amore reciproco porta ad una unità fraterna fra gli uomini, che supera lo stesso amore umano, naturale. Ora questo risultato, questa conquista è effetto del fare la volontà di Dio. Gesù sapeva infatti che, col corrispondere nostro ai suoi immensi doni, saremmo stati non più «servi» o «amici» suoi, ma «fratelli» suoi e fratelli fra noi, perché nutriti della stessa sua vita.
Per indicare questa famiglia d'altra natura l'evangelista Giovanni usa un'immagine suggestiva: quella della vite e dei tralci (cf. Gv 15). La stessa linfa, potremmo dire lo stesso sangue, la stessa vita e cioè lo stesso amore (che è l'amore col quale il Padre ama il Figlio) ci viene comunicato (cf. Gv 17,23-26) e circola fra Gesù e noi. Siamo quindi resi consanguinei, concorporei con Cristo. È quindi nel senso più vero e soprannaturalmente più profondo che Gesù chiama i suoi discepoli «fratelli», dopo la sua risurrezione (cf. Gv 20,17). E l'autore dell'epistola agli Ebrei conferma che Gesù risorto «...non si vergogna di chiamarli fratelli...» (Eb 2,11).
Ora, costruita questa famiglia del Regno dei Cieli, come si può pensare ad una morte che stronca l'opera di un Dio con tutte le conseguenze dolorose che questo comporta? No: Dio non poteva metterci di fronte ad un'assurda separazione. Egli doveva darci una risposta. E ce l'ha data rivelandoci la verità della risurrezione della carne. Essa non risulta quasi più al credente un mistero oscuro di fede, ma è una conseguenza logica del vivere cristiano. Essa è portatrice della gioia immensa di sapere che ci ritroveremo tutti con quel Gesù che ci ha uniti in tale modo.


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13. Alberto Magno, De Euch. d. 1, c. 2, n. 7 (B. 38, 200).


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L'Eucaristia negli Atti degli Apostoli

La rivelazione parla dell'Eucaristia anche negli Atti degli Apostoli.
La Chiesa primitiva è fedelissima a Gesù nell'attuare il «fate questo in memoria di me».
Della prima comunità di Gerusalemme infatti si dice che: «…erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere» (Atti 2,42).
E narrando l'apostolato di Paolo: «Il primo giorno della settimana ci eravamo riuniti a spezzare il pane e Paolo conversava con loro; e, poiché doveva partire il giorno dopo, prolungò la conversazione fino a mezzanotte. [...] Poi [...] spezzò il pane e ne mangiò e, dopo aver parlato ancora molto fino all'alba, parti» (Atti 20,7.11).


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L'Eucaristia nelle lettere di Paolo

Anche nella sua prima lettera ai Corinti Paolo mostra la sua fede ardente e sicura nel corpo e nel sangue di Cristo, scrivendo: «...il calice della benedizione, che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?» (1Cor 10,16), e continua descrivendo l'effetto che questo pane misterioso opera in chi lo riceve: «Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell'unico pane» (1Cor 10,17).
Un solo corpo!
Ecco come commenta Giovanni Crisostomo: «…Noi siamo quello stesso corpo. Che cosa è infatti il pane? Corpo di Cristo. E che cosa divengono coloro che si comunicano? Corpo di Cristo; non molti corpi, ma un solo corpo. Infatti, come il pane, fatto di molti grani, è talmente unito che i grani non si vedono più [...], cosi noi siamo strettamente congiunti e tra noi e con Cristo»14.

Gesù, tu hai un grande disegno su di noi e lo stai attuando attraverso i secoli: farci uno con te perché siamo dove tu sei. Per te, sceso dalla Trinità in terra, era volontà del Padre ritornarvi, però non hai voluto tornarvi da solo, ma con noi. Ecco dunque il lungo tragitto: dalla Trinità alla Trinità, passando per misteri di vita e di morte, di dolore e di gloria.
Meno male che l'Eucaristia è anche un «rendimento di grazie». Solo con essa possiamo esserti grati adeguatamente.


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14.  Giovanni Crisostomo, In I Cor. hom. 24, 2 (PG 61. 200).



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